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La scomparsa di Emilio Colombo era l’ultimo dei padri costituenti

CURIOSO personaggio, Emilio Colombo, che se n’è andato ormai molto vecchio, era del 1920, ultimo padre costituente, in un’Italia che non è più la sua, pure essendosi adattato a tutti gli sconvolgimenti rimanendo fedele a se stesso.
O forse, o meglio: all’immagine che s’era dato. Un uomo elegante, molto posato, piuttosto forbito, pettegolo quanto bastava per non risultarlo, prudente oltre ogni limite – e a questo proposito il pensiero va a quando, dovendo contrastare l’impetuoso Piccoli, fece un lungo ragionamento con climax ascensionale, rosso in viso, e sembrava si stesse caricando per dirgli in faccia quanto gli era rimasto nella strozza per anni e anni, e al culmine dell’oratoria, «e allora, amico Piccoli, è arrivato il momento che tu ascolti con attenzione le mie parole», e preso fiato le disse, le sue benedettissime parole, che erano: «Calma, calma, calma…» – e non c’era nemmeno il punto esclamativo.
Doroteo per natura, ora a destra ora a sinistra, ora alleato con Andreotti, poi capo di una piccola tribù assai mobile che prendeva
il suo nome. Leggendario accumulatore di preferenze nel regime proporzionale. Raffinato collezionista di poltrone, ministro di tutto o quasi, molto capace e presentabile agli Esteri. Per una volta, nel 1970, presidente del Consiglio. Nella seconda metà degli anni 70 presidente del Parlamento europeo. Agognava cariche senza darlo a vedere, anche in questo tratto piuttosto elegante.
Negli ultimi anni sembrava assai vago, ma la sensazione, o meglio il sospetto era che ci facesse, per non rispondere. Almeno tre generazioni di giornalisti politici, indomiti nella loro dabbenaggine, hanno provato e penato per fargli confessare il suo leggendario e peccaminoso privato. Colombo li riceveva con l’abituale cortesia, li guardava di sottecchi, l’incantava di chiacchiere, per lo più soporifere, specialmente sull’Europa (e ne aveva i titoli: sapeva davvero tutto, uno dei pochissimi italiani a potersi fregiare del «Premio Carlo Magno») e insomma, alla fine i giornalisti ritornavano in redazione con un materiale del tutto esangue, ai limiti dell’impubblicabilità.
Gli sforzi si erano intensificati dopo l’unico vero incidente verificatosi nel corso della sua lunghissima carriera: una storiaccia di cocaina in piena Seconda Repubblica, a sorpresa, giacché tutti lo aspettavano semmai al varco di altri suoi intimissimi segreti che per oscure ragioni il mondo dei media si erano messi in testa di fargli «confessare», secondo la logica del coming out.
In questo Colombo fu sempre invece non solo tetragono, ma in modo sublime indifferente – ché anche, se non soprattutto in questa cortese estraneità, vero e proprio fil di ferro nel marzapane, consisteva il grande stile anche antropologico dei democristiani.
Per il resto c’è stato un tempo in cui Colombo non poteva passeggiare per il corso di Potenza senza che qualche suo fedele beneficiato gli baciasse la mano. Al congresso del 1976, sempre dai suoi fans lucani, fu portato in trionfo, e il ricordo è di un potente a disagio, ma più felice di quanto si possa immaginare.
Venne fuori, poco più che adolescente, la barba rasata eppure nerissima, con la rotta del dossettismo. Ragionava come un giovane vecchio, pieno di energia. In definitiva fece bene e fece male alla sua terra, comunque fece. Uno studio sulla sua attività s’intitola: «Il cemento del potere». Sradicò le possibilità del Pci in Basilicata, prosciugò la destra estrema, si limitò a inglobare i fermenti laici e massonici che risalivano a Nitti.
Abitava con le sorelle, che lo accudivano come la ragione della loro vita. Veniva dall’oratorio, classico cursus, Azione cattolica, fece politica con la benedizione del vescovo, poi imparò a sfoggiare piacevoli abbronzature, raffinate cravatte, ottimi profumi, amici brillanti, viaggi esotici fra popoli che non sapevano chi fosse quel signore per certi versi allegro, per altri come velato da una stanca malinconia. Un solitario, dopo tutto. Come è raro trovarne in questo secolo un po’ sporco e un altro po’ volgare; un esemplare di politico che non deve aver troppo apprezzato questi ultimi anni, anche se consapevole che a nessuno è dato di scegliersi un tempo per vivere e in fondo anche per morire.

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