Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La scommessa della “riflazione”. Addio ai titoli di Stato si punta sulle azioni

L’uragano Trump è piombato sui mercati finanziari, ma con conseguenze esattamente opposte rispetto a quelle che ci si aspettava.
Dopo alcune ore in cui gli investitori hanno venduto azioni e comprato oro, facendo presagire una lunga fase di turbolenza, il vento è girato verso l’otti-mismo.
La parola d’ordine è “riflazione”, ovvero l’inizio di un periodo di forte crescita dell’economia americana e di ritorno dell’inflazione, che da qualche anno ormai latita nelle economie avanzate.
La scommessa, a dire il vero molto azzardata, è che il presidente eletto Donald Trump non si riveli così incendiario dal punto di vista della geopolitica e venga frenato dall’establishment repubblicano nei suoi istinti fortemente protezionisti.
Wall Street sembra invece puntare sul suo piano di rilancio della domanda interna, che prevede un programma di infrastrutture e un taglio delle tasse sui profitti aziendali e sui redditi. La scommessa, anche in questo caso ardita, è che il tycoon aumenti il deficit pubblico, ma in maniera responsabile, perché frenato dalle ali più fiscalmente conservatrici del suo partito. Questo permetterebbe agli Usa di accelerare ulteriormente rispetto ai già buoni tassi di crescita ottenuti da Barack Obama, mantenendo però la fiducia dei mercati.
La speranza della “riflazione” ha già causato quella che in Borsa viene definita una “rotazione”: i soldi si sono spostati verso le azioni, come mostra la crescita dell’indice Dow Jones, che ha guadagnato lo 1,18 per cento ieri sera. A perdere sono stati soprattutto le obbligazioni: il rendimento dei Treasuries a 10 anni, che cresce quando il valore di questi titoli scende, è ormai costantemente sopra il 2 per cento, raggiungendo i livelli più alti da gennaio. Anche in Europa, i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti in media di circa 0,10 punti percentuali, con la curiosa eccezione della Grecia.
La “riflazione” è infatti un problema per gli investitori in obbligazioni, che in questi mesi si sono accontentati di tassi prossimi allo zero visti i prezzi piatti o in discesa. Le aspettative di inflazione stanno rapidamente risalendo, spingendo così chi investe in bond a chiedere rendimenti più alti.
Se la Trumponomics fosse davvero quella su cui sembrano scommettere i mercati, le conseguenze per le banche centrali sarebbero significative. Trump si è più volte scagliato contro la presidente della Us Federal Reserve, Janet Yellen, che ha accusato di voler favorire Obama con la sua politica di tassi bassi. Paradossalmente, però, la “riflazione” potrebbe aiutare la Fed nel suo tentativo di riportare in alto i tassi d’interesse senza causare uno shock sui mercati. Una stretta sul costo del denaro farebbe rientrare capitali negli Usa, spingendo in alto il dollaro nei confronti di altre valute come l’euro e lo yen. Poiché le merci importate dagli Usa diventerebbero immediatamente più costose, l’inflazione europea potrebbe ripartire, rendendo più semplice la vita della Banca centrale europea, che da tempo vede la crescita dei prezzi languire al di sotto del suo obbiettivo di poco inferiore al 2 per cento.
Questi cambiamenti rischiano invece di complicare la vita al ministero dell’Economia e in particolare al Dipartimento del debito pubblico guidato da Maria Cannata. Nel lungo periodo, un’inflazione più alta rende più sostenibile la montagna da oltre 2.200 miliardi che grava sulle nostre spalle. Ma nel breve periodo, la “riflazione” obbligherebbe il Tesoro a pagare interessi più alti. Il Btp decennale è risalito ieri fino quasi al 2 per cento e il trentennale è ormai intorno al 3 per cento, un punto percentuale in più di agosto. Oggi si metteranno all’asta titoli di Stato del valore complessivo di 7,25 miliardi e gli specialisti si aspettano un aumento dei rendimenti.
Si tratta, ovviamente, di livelli ancora estremamente bassi. Il rischio, però, è che se la “riflazione” dovesse avverarsi il governo italiano si troverebbe a pagare per interessi una cifra ben più alta di quella preventivata nella legge di bilancio. D’altro canto, però, un’eventuale accelerazione negli Usa potrebbe aiutare la crescita italiana, riducendo l’indebitamento.
L’altro punto interrogativo riguarda il futuro delle banche italiane. I titoli finanziari sono cresciuti molto ieri, poiché gli investitori sperano che tassi più alti permettano alle banche di prestare a un costo più alto per i clienti e generare più profitti. Tuttavia, la vittoria di Trump rischia di essere letta come un preludio a una sonora sconfitta per il governo di Matteo Renzi nel referendum costituzionale del 4 dicembre. L’eventuale apertura di una fase di instabilità politica renderebbe molto più complessi gli aumenti di capitale di UniCredit e Monte dei Paschi di Siena previsti per i prossimi mesi, con effetti di contagio su tutto il settore.
Per i mercati, puntare sulla “riflazione” di Trump è già un enorme azzardo. Sperare che, in quel caso, l’Italia possa andare serenamente a traino lo è ancora di più.

Ferdinando Giugliano

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Le recessioni impattano sulle pensioni future. Ma un Pil allo zero virgola fa anche peggio. Un Paese...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

L’efficace contrasto al fenomeno mafioso sempre più pervasivo nel tessuto imprenditoriale ed econ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Parte la possibilità per le imprese di ottenere liquidità per un milione di euro a fronte di aumen...

Oggi sulla stampa