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La scelta di Confindustria corsa tra Boccia e Vacchi cordate e “big” in campo tra ambizioni e rancori

ROMA.
Il partito dei padroni sta evaporando. Le aziende iscritte a Confindustria restano più o meno stabili intorno alle 150 mila ma il loro peso sullo scenario politico è decisamente calato. Orfana della concertazione, e ormai anche del bipolarismo, la Confindustria è diventata sempre più piccola mentre è alla ricerca di un nuovo presidente. Dietro le quinte si combatte tra cordate avverse — con vecchi rancori e nuove ambizioni — per conquistare non solo il settimo piano di Viale dell’Astronomia, ma anche la presidenza della Luiss, l’università degli industriali, e quella del Sole 24 Ore, il giornale confindustriale.
I saggi, che in queste settimane hanno sondato la base in giro per l’Italia comunicheranno oggi ai quattro candidati l’esito della consultazione. Aurelio Regina, imprenditore-manager romano d’adozione, presidente di Sigaro Toscano, ha già deciso che farà un passo indietro anche perché sembra difficile che abbia superato l’asticella del 20% dei consensi necessario per essere ammesso al voto del Consiglio generale (198 membri) del 31 marzo, quello che designerà il successore di Giorgio Squinzi. Marco Bonometti, ruvido industriale metalmeccanico di Brescia, non dovrebbe aver superato quella soglia, aspetta il verdetto della consultazione, senza alcuna intenzione di accettare comunque alleanze con chicchessia. Già, le alleanze (e le spaccature) a geometria variabile che stanno caratterizzando questa battaglia confindustriale.
Dunque la sfida finale sarà tra Vincenzo Boccia, salernitano, classe 1964, piccolo imprenditore della grafica, con un lungo curriculum confindustriale (nei Giovani, nei Piccoli e infine nella squadra di Squinzi con la guida del Comitato del credito) e Alberto Vacchi, bolognese, presidente della Confindustria di Bologna, amministratore delegato di Ima, società quotata (un miliardo di fatturato) che produce packaging per l’industria farmaceutica, cattolico e prodiano il che non proprio un atout secondo alcuni canoni confindustriali stando i quali non vanno bene nemmeno gli accordi dell’Ima con la Fiom in un territorio (quello dell’Emilia) dove il sindacato di Maurizio Landini è il più rappresentativo.
Boccia e Vacchi esprimono due modelli di impresa. Boccia i piccoli italiani (sono oltre il 90% degli iscritti a Confindustria) che hanno pian piano imparato a fare i conti con i mercati globali, lasciando però sul terreno molte vittime; Vacchi i medi, con quelle multinazionali tascabili (oltre 4 mila secondo i dati di Mediobanca) che stanno provando ad imporre la loro leadership (anche culturale) nel capitalismo italiano dopo il declino dei salotti buoni, della grande impresa privata e pure pubblica. Vacchi è un innovatore da questo punto di vista; Boccia la continuità. Ed è lungo questo schema binario che si possono almeno in parte leggere i due schieramenti, al netto delle mire personali degli sponsor. Vacchi è stato lanciato da Gianfelice Rocca, presidente della potente Assolombarda (la Confindustria di Milano). Con lui si sono schierati Luca di Montezemolo, Marco Tronchetti Provera, Alberto Bombassei, una parte della Lombardia, l’Emilia Romagna, senza però Reggio Emilia, alcune province del Nord Est. A Vacchi dovrebbero arrivare i voti di Farmindustria e Federacciai, schierati inizialmente con Regina mentre quelli del Lazio (primo sponsor dello stesso Regina) si distribuiranno. Luigi Abete, per esempio, ex presidente di Viale dell’Astronomia, sosterrà Boccia. Ma lo sponsor forte di Boccia si chiama Emma Marcegaglia, past president di Confindustria, presidente dell’Eni e della Luiss, oltreché amministratore delegato dell’azienda siderurgica di famiglia. La ramificazione nel territorio degli stabilimenti del gruppo Marcegaglia e delle aziende anche indirettamente legate all’Eni ha portato a Boccia una dote significativa di consenso. Con lui il Piemonte, una parte della Lombardia (Lecco, Sondrio, Mantova e Legnano) e del Veneto (Vicenza, Verona, Venezia), poi i voti del Sud a parte Napoli che insieme all’ex presidente Antonio D’Amato aveva scommesso su Bonometti. E D’Amato — ma qui entriamo nei “si dice” — puntava per questa via alla presidenza del Sole 24 Ore. A cui — sempre secondo le voci — potrebbe ambire anche Rocca al quale è stata attribuito, ma smentito, un progetto di alleanza tra il Sole e il Corriere della sera. Anche Giorgio Squinzi, potrebbe entrare tra i papabili per la presidenza del gruppo editoriale. Poi c’è la Luiss: la Marcegaglia punterebbe alla terza riconferma triennale (è presidente dal 2010). Insomma, ex in guerra per le poltrone. Tanto che durante la consultazione dei saggi Montezemolo ha proposto che i past president, egli compreso, «non ambiscano, non cerchino e non abbiamo ruoli in società confindustriali».
Resta da capire dove andrà la Confindustria che finita l’epopea della concertazione sociale come del bipolarismo non ha più un’identità politica. Emanuele Felice, professore dell’Università Autonoma di Barcellona autore di “Ascesa e declino. Storia economica d’Italia” ( il Mulino), dice che la Confindustria «sta evolvendo verso il lobbismo». «Nello spostamento al centro del governo onnicomprensivo — aggiunge — si tende a giocare le proprie partite tramite lobby più che attraverso rappresentanza di interessi. Non è più come prima». Così, più o meno ogni settimana il direttore generale della Confindustria, Marcella Panucci, va a palazzo Chigi, dal sottosegretario Tommaso Nannicini, per fare il punto sui provvedimenti allo studio. Prodromi della Confindustria che verrà.

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