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Se Parigi punta sui subordinati dei «big» bancari italiani

Parigi
«Nei nostri portafogli abbiamo obbligazioni subordinate di Intesa Sanpaolo e UniCredit, le deteniamo ormai da tempo e abbiamo approfittato delle turbolenze recenti per incrementare le quote». L’affermazione non desterebbe poi tanto scalpore se non arrivasse nel momento di maggior bufera per il sistema finanziario italiano e se non arrivasse da Sandra Crowl, membro del Comitato Investimenti di Carmignac, asset manager francese in passato non sempre benevolo verso il nostro Paese.
La preferenza per gli istituti di credito italiani da parte della casa fondata da Edouard Carmignac non è certo dettata da fini speculativi, ma da un ragionamento generale che coinvolge l’intero settore finanziario europeo. «Le banche stanno continuando a ridurre la leva e al tempo stesso hanno pieno accesso alla liquidità del mercato grazie alle operazioni della Bce: il loro debito junior offre rendimenti intorno all’8% ed è a queste opportunità che guardiamo, limitandoci però ai “campioni nazionali”», conferma Crowl. Di qui le posizioni sui due «big» italiani – UniCredit e Intesa Sanpaolo – e la partecipazione alle emissioni subordinate collocate da quest’ultima due settimane fa.
Nei fondi targati Carmignac non c’è invece spazio per le altre banche italiane. «Anche se crediamo che il peggio sia ormai alle spalle – spiega ancora Crowl – il sistema finanziario italiano ha certamente qualcosa da correggere: occorre una ristrutturazione e un consolidamento che in Francia è stato effettuato 20-30 anni fa e in Italia invece è andato avanti con lentezza e in modo incompleto». Ben venga, in un contesto simile, una bad bank che è «utile a ripristinare il corretto valore di asset la cui percezione di rischio è stata distorta dalle politiche monetarie ultraespansive».
E probabilmente non è ancora arrivato neanche il momento di incrementare le azioni delle banche italiane, «big» comprese. In questo caso, però, il tema è generale e accomuna tutta l’Europa. La visione di Carmignac sull’azionario per questo 2016 partito in modo davvero turbolento è infatti a dir poco cauta. Lo è per la verità da tempi non sospetti, dato che la banca francese aveva ridotto sensibilmente l’esposizione sull’equity già lo scorso settembre, perdendosi il rally che ha preceduto la riunione Bce di dicembre ma risparmiandosi poi i picchi di volatilità successivi.
L’orientamento prudente non è infatti sostanzialmente cambiato nelle ultime settimane, anzi. Il 2016 sarà l’anno in cui i mercati rischieranno di sperimentare sulla propria pelle la «fine dell’illusione monetaria»: un brusco risveglio provocato dal prosciugamento di quella liquidità gettata senza sosta negli ultimi anni, in un contesto di crescita in rallentamento negli Usa (dove la Fed potrebbe limitarsi a uno o due rialzi dei tassi rispetto ai quattro previsti) e nel resto del mondo. Difficilmente secondo Carmignac l’Europa riuscirà a sfuggire a questo «cocktail tossico», perché le sue capacità di ripresa (favorite dal calo del petrolio e dal deprezzamento dell’euro) potrebbero essere state sovrastimate e i suoi mercati finanziari hanno sempre dimostrato di essere «gregari» e di soffrire oltremisura i rovesci di Wall Street.
L’altra faccia della medaglia è un’esposizione ancora una volta più marcata sui titoli di Stato, in particolare sui Treasury Usa (di nuovo «bene rifugio») e sulla «periferia» d’Europa sostenuta dal «qe» targato Draghi. Qui però il ragionamento vale per Spagna e Portogallo, da preferire nonostante il rischio di instabilità politica, e non per i nostri BTp: «Abbiamo ridotto l’esposizione sui titoli italiani lo scorso autunno perché con un decennale attorno all’1,50% non vedevamo ulteriori margini di apprezzamento», ammette Crowl. Una questione di valutazioni, non di affidabilità.
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