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La «roulette» delle spese dei Comuni

A Milano il trasporto pubblico costa al Comune il 60% in più rispetto a Roma (ma funziona meglio), mentre la Capitale straccia Palazzo Marino negli incarichi professionali, pagando quasi 2.600 euro ogni 100 abitanti contro i 465 di Milano. Ma a balzare agli occhi sono primati come quello di Enna, che per il servizio rifiuti spende, sempre in rapporto agli abitanti, il quadruplo della media nazionale, e arriva a pagare il 177% in più di Novara e il 366% in più di Salerno, giusto per citare le due città sopra i 100mila abitanti incoronate come «Comuni ricicloni» dall’ultimo rapporto Legambiente. Asti, invece, primeggia nelle utenze (telefono, acqua, gas e eccetera), Chieti nelle spese per cancelleria e materiale informatico, mentre a giudicare dai conti gli uffici e gli immobili comunali mantenuti con più attenzione sono a Lucca, dove per queste voci si spende il quintuplo della media dei capoluoghi.

Il caleidoscopio di numeri pubblicato nelle tabelle qui sotto è quello dei «consumi intermedi» dei Comuni, messi nel mirino dal decreto sulla revisione di spesa che promette di distribuire i tagli ai fondi (lo stesso sistema è previsto per le Regioni) proprio a chi spende di più per quello che dovrebbe essere il «funzionamento ordinario» degli enti. I dati sono quelli del Siope, il sistema informatico del ministero dell’Economia che monitora gli andamenti di cassa degli enti pubblici e che il decreto arruola proprio per decidere a chi riservare i tagli più pesanti. Il meccanismo ha scatenato polemiche accese fra Governo e amministratori, che si riflettono nell’alluvione di emendamenti presentati al Senato e impegneranno la Conferenza Stato-Città nel tentativo di introdurre correttivi entro il termine del 30 settembre fissato dal decreto. Ma qual è il senso che si può trarre dagli indicatori qui sotto, in cui si fotografa una quota importante delle voci che compongono i «consumi intermedi»?

Primo: è vero che nel calderone entra un po’ di tutto, e che la spesa per servizi essenziali come il trasporto o i rifiuti andrebbe trattata diversamente da quella per la cancelleria o le bollette. In alcuni casi, poi, il servizio non è regolato da contratti di servizio ma da altre modalità (per esempio gli appalti: questo spiega i Comuni in cui compare «zero» vicino alle voci), e i conteggi ministeriali dovranno tenerne conto.

Ma il primo dato a campeggiare nelle tabelle è il peso di queste voci (in cancelleria e materiali di consumo, per esempio, se ne vanno 1,2 miliardi all’anno, come per la manutenzione ordinaria, mentre le bollette si mangiano 3 miliardi), e la loro estrema variabilità, che solo in parte può essere spiegata da picchi di spesa annuali (il sistema misura la cassa). La manutenzione ordinaria di immobili e auto di servizio costa una fortuna a Lucca, Trento, Avellino o Aosta, mentre a Salerno, Genova o Matera assorbe anche 20 volte meno. Sempre in fatto di immobili comunali, Potenza spende 7.500 euro ogni 100 abitanti nella pulizia e nei servizi ausiliari, mentre Macerata e Ascoli Piceno non arrivano a 500. A Siena, invece, nel 2011 se ne sono andati quasi 3 milioni solo in manifestazioni e convegni (la tabella 2 qui sotto comprende anche le altre spese “di rappresentanza”), mentre a Ferrara sono bastati 34mila euro. Scorrendo le parti basse delle graduatorie, poi, sorge qualche dubbio sul fatto che tutte le amministrazioni contabilizzino con la stessa attenzione i dati ufficiali trasmessi all’Economia: siamo proprio sicuri, per esempio, che Palermo o Napoli non spendano un euro per pulire gli uffici? Senza contare altre voci che per ragioni di spazio non compaiono in pagina, come i 400 milioni all’anno pagati dai sindaci per le assicurazioni, o i 177 milioni di spese legali.

Morale della storia? La spending review prova a fare ordine nel «funzionamento ordinario», qualche correttivo alla norma è necessario: ma i rifiuti di Enna, o i «materiali di consumo» di Chieti, meritano una spiegazione.

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