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La rottamazione delle liti supera il vaglio Ue

di Roberto Rosati

Le disposizioni sulla rottamazione delle liti fiscali d'annata superano il vaglio della Corte di giustizia Ue: secondo i giudici di Lussemburgo, infatti, le norme del dl n. 40/2011, che prevedevano regole speciali per la definizione delle controversie tributarie ultradecennali nelle quali l'amministrazione finanziaria risultava soccombente nei primi due gradi di giudizio, non contrastano con l'ordinamento comunitario.

Così le due sentenze pronunciate ieri dalla Corte, che chiudono i procedimenti pregiudiziali C-500/10 e C-417/10 promossi dai giudici italiani, i quali avevano sollevato dubbi sulla legittimità comunitaria delle disposizioni introdotte con l'art. 3, comma 2-bis, del dl n. 40/2010, con riferimento in particolare alla disciplina dell'Iva e ai principi in materia di abuso di diritto.

Con le citate disposizioni, com'è noto, era stato previsto, al fine di contenere la durata dei processi tributari nei termini di durata ragionevole dei processi, che le controversie tributarie pendenti da oltre dieci anni (a eccezione di quelle concernenti rimborsi), per le quali risultava soccombente l'amministrazione finanziaria nei primi due gradi di giudizio, fossero definite in modo automatico se pendenti davanti alla commissione tributaria centrale, ovvero potessero essere definite a domanda dell'interessato e previo pagamento del 5% se pendenti davanti alla corte di cassazione.

Nel procedimento C-500/10, la Commissione tributaria centrale di Bologna aveva sollevato la questione diretta a chiarire se le predette disposizioni fossero compatibili con la disciplina dell'Iva, sotto il profilo della rinuncia all'imposizione e in relazione alla posizione già espressa dalla corte di giustizia in merito alle sanatorie Iva del 2002.

Al riguardo, dopo avere richiamato e ribadito i principi sanciti nelle precedenti sentenze in ordine al dovere degli stati membri di riscuotere l'Iva, la Corte osserva tuttavia che «l'obbligo di garantire l'efficace riscossione delle risorse dell'Unione non può contrastare con il rispetto del principio del termine ragionevole di un giudizio», sottolineando che, nella fattispecie, le disposizioni sotto esame prevedevano l'estinzione dei soli procedimenti in materia tributaria di durata superiore a dieci anni, con l'obiettivo esplicito di rimediare alla violazione dell'osservanza del termine ragionevole del processo.

Inoltre, osserva la Corte, i fatti della causa principale risalgono a trent'anni fa, un periodo talmente lungo da pregiudicare a priori, di per sé, il principio del termine ragionevole del processo e, nel contempo, lo stesso obbligo di garantire la riscossione efficace delle risorse proprie dell'Ue.

Le disposizioni delle quali si discute, inoltre, non sono paragonabili a quelle sulle sanatorie del 2002 censurate dalla Corte, che erano intervenute pochissimo tempo dopo la scadenza dei termini per il pagamento dell'Iva e consentivano ai soggetti passivi di sfuggire a qualsiasi controllo fiscale, rappresentando così una rinuncia generale e indifferenziata alla verifica delle operazioni imponibili.

A differenza di quelle, infatti, le disposizioni del 2010 appaiono norme eccezionali dirette a far osservare il principio del termine ragionevole del processo, che per il loro carattere limitato e puntuale non creano significative differenze di trattamento dei soggetti passivi e non pregiudicano il principio di neutralità fiscale.

Di conseguenza, la Corte ha concluso che il diritto dell'Unione non osta alle disposizioni nazionali sulla definizione delle vecchie liti tributarie.

Più articolate le questioni oggetto del procedimento C-417/10. In relazione a una controversia concernente la tassazione dei dividendi, ossia l'imposizione diretta e non l'Iva, per la quale il contribuente si era avvalso della facoltà di definizione prevista dalle disposizioni del dl 40/2010, la Corte di cassazione aveva sollevato il dubbio della compatibilità delle disposizioni stesse con il diritto dell'Ue, in particolare con alcuni principi dell'ordinamento comunitario, fra i quali quello del divieto dell'abuso di diritto. Dopo avere analizzato partitamente le varie questioni, la corte ha concluso che il diritto dell'Ue, segnatamente il principio del divieto dell'abuso di diritto, la tutela delle libertà garantite dal Trattato, il principio di non discriminazione, le norme in materia di aiuti di stato e l'obbligo di garantire l'applicazione effettiva del diritto dell'Ue, non contrastano, in un procedimento quale quello principale, vertente sulla fiscalità diretta, con l'applicazione di una disposizione nazionale quale quella sulla definizione delle controversie ultradecennali.

Riguardo, in particolare, al principio del divieto dell'abuso di diritto, la corte ha rilevato, peraltro, che il procedimento principale non ha a oggetto una controversia vertente sull'abuso delle norme del diritto comunitario, ragion per cui il richiamo del giudice nazionale alla giurisprudenza della Corte Ue in materia di abuso di diritto non è pertinente.

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