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La rivoluzione del salario minimo Allarme sindacati “Paghe ridotte”

UNA rivoluzione. Un cambio destinato a mettere in discussione l’intero sistema di contrattazione italiano e, temono Cgil, Cisl e Uil, a mettere in forse la stessa sopravvivenza del sindacato confederale. «La proposta si basa su tre pilastri fondamentali», premette Enrico Morando, oggi viceministro dell’Economia, per decenni esponente dell’area riformista del Pci piemontese (insieme a Chiamparino). Il primo pilastro è «il salario minimo di legge». Una norma che esiste in molti Paesi del mondo, una linea della sopravvivenza sotto la quale è reato scendere. Che cosa accadrebbe se venisse introdotto anche in Italia? L’esempio che propone Morando è chiaro: «Se io imprenditore faccio lavorare le persone in nero, commetto una grave violazione di legge. Che si traduce in pesanti multe se la paga corrisposta è comunque superiore al salario minimo di legge, ma che diventa reato penale, punibile con il carcere, se la paga è inferiore ». Il salario minimo è una soglia di sopravvivenza stabilita dallo Stato sotto la quale lavorare significa trovarsi in condizione

di semi-schiavitù. Per questo è un reato.
In Francia, Usa, Gran Bretagna, il salario minimo di legge vige da decenni. In Usa è di poco superiore all’equivalente di 5 euro, ma alcuni sindaci di grandi città come Seattle puntano alla soglia dei 15 dollari, circa 11 euro. In Francia il salario minimo è di 9,5 euro, in Gran Bretagna di 7,3 euro. In Germania un salario minimo non esiste, ma nell’accordo Spd-Cdu è previsto che il governo Merkel lo introduca. Si immagina che il livello minimo tedesco sia intorno agli 8,5 euro.
E l’asticella italiana a quale soglia sarà? «E’ troppo presto per dirlo – risponde Morando – per ora stiamo preparando la norma, successivamente sarà stabilito il quantum».Tutto semplice? Non proprio. I sindacati sono in allarme. «Stabilire un salario minimo di legge – teme Raffaele Bonanni – significa appiattire verso il basso tutti i minimi contrattuali ». Perché in Italia ogni categoria di lavoratori ha un suo salario minimo contrattato dai sindacati. Il minimo contrattuale di ogni categoria ha sostituito di fatto il salario minimo di legge. Il sistema ha funzionato per decenni perché fino all’inizio degli anni Duemila quasi tutti i lavoratori italiani avevano un contratto di categoria di riferimento. «Oggi non è più così – spiega Serena Sorrentino della segreteria nazionale della Cgil – perché la precarietà ha finito per creare decine di contratti diversi di collaborazione quasi mai agganciati a un contratto nazionale. La legge Fornero prevedeva che se io sono un ingegnere meccanico e vengo pagato a progetto, devo essere remunerato secondo i parametri minimi degli ingegneri metalmeccanici. Ma in realtà nessuno rispetta quella legge».
I sindacati sanno che il salario minimo oggi definito per contratto da ogni categoria di lavoratori è significativamente più alto del salario di legge che sarà sta- bilito dal governo perché il secondo sarà inevitabilmente una soglia di sopravvivenza. Da qui l’allarme di Cgil, Cisl e Uil: «In breve tempo – dice Sorrentino – le aziende sarebbero tentate di uscire da Confindustria, disdettare il contratto nazionale e applicare il minimo di legge che è più basso». C’è questo rischio? «Il sistema che intendiamo rinnovare – risponde Morando – si basa sull’idea che per uscire dal contratto nazionale le aziende debbano sottoscrivere con i sindacati un loro contratto aziendale, come sta accadendo, ad esempio, alla Fiat. In quel caso il contratto deve essere approvato dai sindacati che rappresentano davvero la maggioranza dei lavoratori coinvolti. L’accordo del giugno scorso tra Cgil, Cisl, Uil e Confidustria, sui criteri per decidere chi è davvero rappresentativo nelle fabbriche, è un passo decisivo per realizzare le modifiche all’intero sistema che stiamo studiando».
Ecco allora i tre pilastri su cui sta lavorando il governo: il salario minimo di legge per decidere la soglia inviolabile della dignità delle persone; il contratto nazionale per tutti quei lavoratori, soprattutto nelle imprese più piccole, che non siano in grado di contrattare direttamente con la loro azienda le condizioni del salario; il contratto aziendale per le imprese o i gruppi che vogliano avere condizioni diverse dal contratto nazionale. Una delle differenze rispetto ad oggi è che nello schema del governo Renzi il contratto nazionale e quello aziendale sono alternativi tra di loro mentre attualmente i contratti aziendali aggiungono soldi in busta paga rispetto ai minimi contrattuali della categoria nazionale.
Una discussione per addetti ai lavori? Non è così. I sindacati temono che, nella tenaglia tra salario minimo di legge e accordi aziendali, i contratti nazionali finiscano stritolati, diventando un residuo marginale del Novecento. Uno scenario da incubo per i sindacati confederali: la stessa idea di sindacato generale, che cerca di dare uguali diritti a chi fa lo stesso lavoro in ogni parte del Paese e in ogni fabbrica, finirebbe per essere sconfitta. Il fiorire di contratti aziendali coinciderebbe con il fiorire di sindacati d’azienda, ognuno in concorrenza con le sigle del capannone vicino. Questa è la vera posta in gioco nel braccio di ferro tra sindacati e governo delle ultime settimane.
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