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La rivoluzione anti smog di Sala: «Vorrei che Milano rallentasse»

«Da Milano deve partire la rivoluzione del rallentamento». A dirlo è il sindaco della città più «frenetica» d’Italia. Beppe Sala è a Parigi da sabato. Ha appena concluso il suo intervento a C40 Cities, il network delle metropoli internazionali impegnate nella tutela dell’ambiente. Tra il voto sull’autonomia lombarda e la lotta in difesa dell’ambiente ha scelto la seconda, provocando la reazione di Roberto Maroni. Questioni di priorità. Con altri 11 sindaci ha firmato il patto che prevede aree a zero emissioni entro il 2030. Tempi lunghi che contrastano però con l’emergenza smog di questi giorni.

Sindaco Sala a Milano l’emergenza smog non finisce mai, cosa bisogna fare?

«Nel breve non si può far altro che applicare i protocolli esistenti, tanto che oggi scatteranno nuovi divieti per i veicoli merci Euro 4 diesel. Però i protocolli sono utili ma non risolutivi. È il momento di pensare a qualcosa di più drastico».

Che cosa?

«C’è una preoccupazione altissima sul global warming tra i sindaci riuniti a Parigi. Abbiamo ragionato su cosa bisogna fare e su cosa chiedere ai cittadini per collaborare».

Qual è la via di Milano?

«Intanto insistere sul trasporto pubblico e sullo sharing. Un auto in sharing evita 4 auto private. E più biciclette, chiedendo prudenza a chi la usa, ma aiutando la loro circolazione. Poi il Comune deve dare il buon esempio. L’accordo tra i sindaci prevede che dal 2025 si acquisteranno solo mezzi pubblici elettrici. Chiediamo all’industria di collaborare. Non è una crociata contro i diesel, ma è un tema centrale perché a Milano il 65 per cento dello smog da traffico dipende dai motori a gasolio. Noi siamo l’unica città dove in centro non si entra con un diesel Euro 4. Il nostro impegno è di estendere il divieto a tutta la città entro fine 2023».

Cosa chiedete invece ai cittadini?

«Chiediamo di utilizzare l’auto privata solo quando è indispensabile, però è il momento di parlare seriamente della logistica merci. Dobbiamo porci l’obbiettivo che entro il 2025 tutto il carico scarico merci in centro sia fatto con mezzi elettrici».

I veicoli sono una parte del problema, l’altra riguarda il riscaldamento.

«Sicuramente noi faremo più controlli sulle caldaie. Ma il vero punto è un altro. Chiedo al governo una sola cosa, ma fondamentale per il ricambio delle caldaie: invece di un finanziamento del 65 per cento con sgravi fiscali in 10 anni, si finanzi solo il 30 per cento, ma siano subito ridati a chi installa le nuove caldaie. A Milano, quelle a gasolio sono 6.000, basta cambiarne mille all’anno e il problema è risolto».

Molte sono negli edifici comunali.

«Sulle nostre intendiamo dare una spinta forte».

Milano soffre anche una carenza di verde. Le promesse negli anni scorsi non sono state mantenute.

«La rigenerazione del territorio porterà a questo risultato. La città leader è Londra. Milano deve piantare più alberi, mettere il verde sui tetti, lavorare su ogni spazio disponibile. Dobbiamo decidere quanti e dove piantarli. Un discorso che si allarga necessariamente alla città metropolitana».

Pensate di aumentare il ticket d’ingresso in Area C?

«No, in questo momento dobbiamo essere fedeli alla nostra strategia di diffusione del trasporto pubblico, poi tra tre o quattro anni se vuoi usare l’auto paghi di più. Ma non è questo il momento».

Altri divieti in vista?

«Più che vietare, vogliamo togliere spazio alle auto. Faccio due esempi: eliminare i parcheggi di superficie in centro per disincentivare l’uso delle vetture. Ma anche il progetto della riapertura dei Navigli va in questa direzione. Il mio pensiero politico è trovare le forme per riumanizzare la città che non deve solo correre per 24 ore di fila. Per me gli esercizi aperti giorno e notte sono un errore. L’idea di “rallentare” credo piaccia a tutti».

Detto dal sindaco di Milano appare strano.

«Vorrei che proprio dalla città dove corrono tutti parta la rivoluzione del rallentamento. Ripensiamo i tempi della città».

Referendum. Maroni ha detto che poteva fare uno sforzo in più e venire a votare. E che non farà parte della delegazione che andrà a Roma a trattare con il Governo.

«Ho visto che Maroni mi ha garbatamente rimproverato perché non sono andato a votare. Domenica mattina alle 8 e 30 avevo appuntamento a Parigi con l’ex sindaco di New York, Bloomberg la cui Fondazione vuole finanziare delle iniziative a Milano. Inoltre non ho mai chiesto di far parte della delegazione, né voglio farne parte. Ho già molto da fare di mio. Ho detto solo che se il referendum è stato bipartisan, allora Giorgio Gori deve essere coinvolto».

Che giudizio dà del risultato del voto in Lombardia?

«L’affluenza non è stata quella attesa, ma rimane il fatto che c’è una pressione dei cittadini del Nord alla ricerca di una maggiore autonomia. Però vedo che si gioca ancora sull’equivoco delle tasse: se qualcuno ritiene che siamo andati a votare per ridurci le tasse deve spiegarci come, in che tempi e con quali strumenti. Altrimenti si svilisce il senso del referendum».

Milano ha il più alto tasso di astensionismo. Perché?

«Milano l’autonomia se l’è già presa, noi rappresentiamo un microsistema dove ognuno fa la sua parte e la fa bene e che quindi funziona. L’astensionismo lo trovo significativo e un po’ lo capisco».

Maurizio Giannattasio

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