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La rivolta dei fondi esteri, no al voto plurimo

Una lettera aperta a governo, Bankitalia e Consob che ha raccolto adesioni, oltre che di 101 docenti universitari e consiglieri non esecutivi italiani, di investitori internazionali come Amundi, Aviva, Bnp Paribas, Fidelity, Ing, Schroeders, Ubs, il network di 73 fondi pensione Eumedion, di proxy advisor come Frontis, Georgeson, Glass Lewis. Un’altra lettera al ministro dell’Economia inviata da Icgn, l’associazione di corporate governance che raccoglie colossi mondiali dell’asset management come BlackRock e Norges, proxy come Iss e consulenti come Sodali. 
Due chiari no all’introduzione del voto multiplo e in particolare di quello maggiorato, che nelle società quotate assegna un voto aggiuntivo ai soci fedeli, cioè da almeno 24 mesi. Difendendo il principio un’azione-un voto, negli appelli si chiede di non prorogare la possibilità (scaduta il 31 gennaio) di approvare le relative modifiche statutarie con la maggioranza semplice, invece del normale quorum dei due terzi previsto nelle assemblee straordinarie. Ciò per «assicurare l’equo trattamento per tutti gli investitori». In caso contrario «si darebbe un segnale negativo agli investitori istituzionali domestici e internazionali e si renderebbe l’Italia meno attraente», si legge nel primo appello pubblicato il 18 gennaio sul Sole 24 Ore e poi proposto dai promotori agli investitori internazionali per la firma (ora possibile anche via web sul sito o neshareonevote.org ).
Le iniziative seguono la «nota tecnica» diffusa da Assogestioni che in sintesi definisce il voto maggiorato e plurimo un «vulnus al principio un’azione-un voto», al quale aderiscono in genere i fondi internazionali, che in Francia stanno contrastando il Florange act: approvato nel marzo 2014, introdurrà dal 2016 in pratica automaticamente il voto raddoppiato, oggi opzione da prevedere in statuto.
Il rischio di un’uscita o di una minore intensità di investimenti dall’estero è espresso negli appelli in modo chiaro. Si legge nella lettera a Pier Carlo Padoan del 28 gennaio firmata da Erik Breen, presidente di Icgn: «Incoraggiamo fortemente il governo italiano e il parlamento a non estendere» l’agevolazione prevista fino al 31 gennaio, che rappresenta «un trattamento iniquo» nei confronti degli azionisti di minoranza e «può danneggiare l’attrattività del mercato italiano per gli investimenti globali».
Nell’ultima versione del testo diretto in primo luogo al premier Matteo Renzi (il cui elenco di firme, chiuso da Luigi Zingales — Harvard e amministratore non esecutivo di Eni — è in continuo aggiornamento e da ieri include anche Mauro Bini, Università Bocconi e indipendente nel board di Mediobanca) si fa riferimento ai tre casi nei quali il voto maggiorato è stato introdotto la settimana scorsa con il quorum agevolato: Astaldi, Campari e Amplifon, le sole ad aver convocato i soci in regime di maggioranza semplice. Risultato «scontato», si sottolinea: «I loro azionisti di controllo detengono» oltre il 50% del capitale. Così «dopo due anni disporranno dei due terzi dei voti in assemblea, sufficienti da soli per prendere qualunque delibera».
Nei tre casi in realtà il «sì» è passato con i due terzi dei voti. Però, ha sottolineato Dario Trevisan, il cui studio rappresenta nelle assemblee la quasi totalità dei fondi esteri e figura in entrambi gli appelli, «se non fosse stato presente il socio di maggioranza assoluta, gli investitori internazionali avrebbe bocciato la proposta in Campari con i due terzi, in Astaldi e Amplifon con oltre il 90%». Segnali da non trascurare, visto il peso dei fondi sul capitale presente in assemblea: il 66% in Mps, 56% in Unicredit, 52% in Intesa Sanpaolo, 49,7% in Telecom, 50% in Snam, 48% in Eni, 46% in Finmeccanica, 44% in Terna, 42% in Saipem, 38% in Enel e Mediobanca e intorno al 33% in Ansaldo, Generali, Atlantia, Mediaset, Pirelli. Numeri che dicono quanto sia alto il rischio di bocciatura in assise straordinaria.

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