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La «ritirata» di Theresa May sulla Brexit

La ritirata è cominciata. Una settimana fa la Brexit era stata lanciata tra grandi fanfare e grida di giubilo nazionaliste. Ma è bastato che l’Unione Europea mettesse in chiaro che ci sono delle linee rosse invalicabili per indurre il governo di Londra a più miti consigli. Su due punti in particolare Theresa May ha fatto capire di essere pronta a un compromesso. La richiesta iniziale dei britannici era che le trattative sui termini del divorzio andassero di pari passo con i negoziati sulla futura relazione fra il Regno Unito e la Ue. Il Consiglio europeo ha invece stabilito che Londra potrà firmare un patto commerciale con Bruxelles solo in quanto Paese terzo, cioè dopo aver lasciato formalmente l’Unione. Ora Theresa May sembra concedere che fra due anni si potranno solo schizzare i contorni dei rapporti futuri e che sarà necessario un lungo periodo di transizione prima che un accordo finale venga formalizzato. Ma il punto forse più importante è il secondo. Londra aveva sempre detto che il nocciolo della Brexit consisteva nel riprendere il controllo delle frontiere, ossia limitare l’immigrazione dagli altri Paesi Ue. Ora Theresa May ammette che gli europei potranno continuare a entrare liberamente in Gran Bretagna per diversi anni dopo l’uscita dalla Ue. Anche sulla questione del «conto del divorzio» il governo riconosce che dovrà pagare un prezzo sostanziale alle casse europee, mentre i fautori della Brexit avevano promesso un dividendo di 350 milioni per il servizio sanitario nazionale. Questa marcia indietro generalizzata, seppur dettata dal realismo, rischia di essere pericolosa per May: nel partito conservatore e nel governo sono in molti quelli che continuano a sognare una rottura netta con l’Unione Europea. Il nuovo pragmatismo della premier potrebbe alimentare una retorica della «Brexit tradita»: e la sua maggioranza in Parlamento è sottile.

Luigi Ippolito

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