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La «ritirata tattica» di Orange

Il ceo di Orange, Stephane Richard, fa marcia indietro sull’interesse dichiarato per Telecom Italia appena due giorni prima. L’ex France Telecom – ha dichiarato ieri Richard in un’intervista a Bloomberg Tv, «non ha alcun piano di entrare sul mercato italiano». La sua sembra però più una ritirata tattica che un’altrimenti incomprensibile autosmentita. 

Ritirata tattica del ceo di Orange, Stephane Richard, su Telecom Italia. Che prima ha definito «una grande opportunità per il consolidamento del settore in Europa» l’ipotesi di un’alleanza con l’incumbent tricolore. Poi ha corretto il tiro parlando di «riflessioni interne» al gruppo. E infine, ieri, in un’intervista a Bloomberg tv, si è rimangiato tutto, dichiarando che Orange «non ha alcun piano di entrare nel mercato italiano». Il tutto nel giro di tre giorni nei quali erano emersi anche particolari – contatti con il management – ed erano state registrate smentite da parte italiana, con il presidente di Telecom Italia, Giuseppe Recchi, che aveva negato incontri, riflessioni interne, o progetti con la compagnia francese.
Un abbaglio? Probabilmente l’ad di Orange ha sottovalutato l’impatto mediatico delle sue dichiarazioni, è la spiegazione degli osservatori. Perchè, a quanto risulta, in un mondo dove tutti parlano con tutti, appunto qualche pourparler deve pure esserci stato. E, secondo fonti informate, anche con qualche sponda politica dal lato Italia, dal momento che l’ex France Telecom ha come azionista di riferimento, con una quota complessiva di poco inferiore al 27%, lo Stato francese. Più facile a dirsi che a farsi, hanno commentato a caldo gli analisti, perchè comunque trattandosi dell’ex monopolista, pur privatizzato, è impensabile che un’aggregazione possa realizzarsi senza l’avallo del Governo italiano.
L’ipotesi di base per una possibile combinazione non era comunque nè un’acquisizione nè una fusione, bensì la ricostituzione di una Telco 2, con Orange al posto di Telefonica. Ma con chi altro? Una possibilità era Vivendi, prossima a rilevare l’8,3% di Telecom come parte del pagamento della vendita della brasiliana Gvt agli spagnoli, alla quale infatti Richard nei giorni scorsi aveva strizzato l’occhio. «Business complementari e non concorrenti», aveva osservato l’ad di Orange. Mancherebbe però la gamba italiana. Non Mediobanca – di cui pure il presidente di Vivendi, Vincent Bolloré, è azionista – il cui amministratore delegato Alberto Nagel ha ribadito anche recentemente la volontà di cedere la quota in Telecom, non appena ottenute le autorizzazioni dal Sud America per lo scioglimento di Telco. Sul mercato si è affacciata, allora, la suggestione Fininvest, che ha appena fatto cassa su Mediaset, alzando la scorta di liquidità a circa mezzo miliardo, cui potrebbe aggiungersi un altro miliardo con la vendita forzata della residua quota in Mediolanum. Risorse che non sono destinate a sostenere le due operazioni messe in pista dal gruppo del biscione – l’Opa di Ei Towers su Rai Way, l’offerta di Mondadori per Rcs Libri – che, se andranno avanti, saranno entrambe interamente finanziate a debito. Fininvest però si chiama fuori. Difficile infilarsi in una partita così complicata e delicata avendo come azionista Silvio Berlusconi. E poi per che cosa? Certo Mediaset spera ancora di poter stringere un’alleanza industriale con Telecom per Mediaset Premium, ma anche lì la strada è tutt’altro che spianata.
Intanto è da capire che ruolo avrà Vivendi, o meglio Vincent Bolloré, in Telecom. Il finanziere bretone per il momento ha pensato a consolidare la sua posizione nella public company transalpina, sia nell’azionariato – dove è appena salito dal 5,15% all’8,15%, distanziando gli altri principali soci (tra cui la Cdp francese che ha il 3,45%) – sia nel consiglio di sorveglianza nel quale, il prossimo 15 aprile, entreranno due uomini a lui vicini a sostituire gli amministratori in scadenza. Uno è Tarak Ben Ammar, ben conosciuto in Italia – amico storico di Berlusconi, consigliere di Mediobanca e di Telecom – e l’altro è Dominique Delport, direttore generale di Havas, controllata dal gruppo Bolloré. Poi, dalla primavera, si vedrà.
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