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La risposta è solo in Europa

E’ il domani che comincia a occupare le pagine dei giornali. Come sarà il prossimo dopoguerra? Chi avrà la responsabilità di guidare la ricostruzione? Che ruolo avrà l’Europa? È un film che deve essere ancora girato e, quindi, proiettato. Sbaglia chi (Giorgia Meloni) con un azzardo da giocatore di poker indica già oggi errori, disparità di trattamento e posizioni antiitaliane per le quali non sono ancora maturate le condizioni.

La medesima protesta che corre per i social sul mancato aiuto all’Italia per la provvista di mascherine, a ben guardare è inconsistente. Già la cicala Italia (e le varie cicale regionali) non ha mai pensato a costruirsi una scorta strategica di materiale da impiegare in caso di pandemia, né ha provveduto ad affrontare il problema (della provvista) quando si sono manifestate le prime avvisaglie. Qualche stato europeo ha sequestrato carichi di mascherine in viaggio per l’Italia, facendo il Ghino di Tacco dei nostri giorni. Siamo, in effetti, nella normale schizofrenia dell’epidemico terrore del contagio e del virus che ne è veicolato.

Quindi, se vogliamo pensare al domani (tralasciando per un attimo il film horror attualmente in proiezione), dobbiamo riflettere su ciò che potrà accadere e ai rimedi possibili. Ragioniamo sul futuro sulla base degli elementi odierni, senza alcuna pretesa di poter formulare previsioni attendibili. Solo previsioni plausibili.

Quando uscirà dalla pandemia (ed è un quando incerto che alcuni spostano molto in là) l’Italia sarà una nazione completamente diversa da ciò che era il 31 gennaio 2020.

Un decennio annunciato con fiducia e, purtroppo, speranza, sentimento quest’ultimo che ottunde la razionalità e provoca danni immancabili. L’apparato produttivo avrà subito uno tsunami capriccioso e incostante, che avrà favorito qualche settore colpendo altri, tutti gli altri.

Alcune aziende avranno guadagnato e molto, altre, la maggioranza avranno perso. La sensazione, comunque, è che le Pmi (piccole medie imprese) per naturale flessibilità e capacità di adattamento avranno subito meno danni di qualche colosso di maggiori dimensioni, impiccato a forniture di semilavorati cinesi o a forniture improvvisamente interrottesi.

I piccoli esercizi dovranno riprendere da zero, ma le loro possibilità di recupero sono evidenti. Il bar sottocasa di ognuno di noi, avrà perso incassi, avrà subito costi fissi, ma il giorno del cessate il fuoco, riprenderà alla grande, giovandosi del sospiro di sollievo che percorrerà il bel Paese.

Sin da ora emerge un’idea utopica che potrebbe avere gravi conseguenze: è l’idea che lo Stato debba farsi carico di tutto, dal lucro cessato degli esercizi commerciali, alla perdita di chanches di aziende, al ristoro di ogni sacrificio anche piccolo da chiunque compiuto.Uno statalismo strisciante che può uccidere ogni progetto di ripresa e addirittura farsi foriero della prospettiva più temibile: la rivoluzione.

Non dimentichiamoci che dopo la Prima guerra mondiale venne un periodo di disordini e, infine, il fascismo e dopo la Seconda guerra mondiale ci furono altri disordini, peraltro contenuti dalla presenza protettrice degli Stati Uniti, di una classe dirigente reduce dalla lotta di liberazione e dall’alta formazione ottenuta nell’Azione cattolica, da una Confindustria vero attore politico a tutto tondo e perché no anche dalla Celere di Mario Scelba, le cui manganellate ebbi ad assaggiare.

Ma, come afferma il filosofo francese Michel Onfray a proposito della Francia («a Parigi non c’è un potere e qualcuno capace potrà facilmente conquistarlo»), anche a Roma non c’è un vero potere consolidato e sicuro.

Spazzato via il sistema dei partiti da un’operazione sostanzialmente golpista, trascorsi ventisei anni di avventurismo della seconda Repubblica, subito l’assalto nichilista degli uomini di Beppe Grillo portati nel Palazzo i carneadi senza arte né parte, con un presidente della Repubblica anchilosato nelle stanze del Quirinale, incapace di un gesto atto ad infiammare il sentiment popolare (una visita a un ospedale, in mezzo a pazienti e a sanitari per esempio), uno di quei gesti demagogici che portarono il mediocrissimo Pertini in testa a un permanente gradimento popolare, in questo ben imitato da tutti i politici in circolazione di maggioranza o di opposizione, il sistema è pronto a essere spazzato via. Pronto a darsi in mano a qualche pifferario più o meno magico.

Avremo, politicamente qualche atout, certo. Ma è difficile andare oltre all’ipotesi di un ritorno in grande stile della Confindustria, mentre il sindacato, ahimè egemonizzato dall’insensato radicalismo di Maurizio Landini, difficilmente abbandonerà, nell’emergenza, il frustro rivendicazionismo. Insomma, non avremo un sindacato pronto a guidare i suoi iscritti sulla strada della ricostruzione del Paese, cioè a compiere nuovi sacrifici per un dopodomani migliore.

E ricordiamoci -se l’avessimo dimenticato – che il nostro debito mostruoso uscirà aggravato dalla devastazione del bilancio dello Stato imposta dall’emergenza Corona virus. Allora, qual è la carta che, se mai si concretizzerà, potremo giocare? Sappiamo che l’America di Trump o di Biden non ha alcun interesse a regalare soldi agli europei o all’Italia. E che gli aiuti di cui saranno prodighi Russia e Cina sono aiuti non disinteressati.

Non resta quindi sul tappeto che l’Europa. L’Europa ha gli strumenti e i mezzi per varare un piano Marshall nostrano, così dotato da rendere possibile la ricostruzione di cui parliamo e, visto che ci siamo, da rendere possibile una ragionevole soluzione per il nostro debito pubblico. Al netto della differenza abissale esistente tra le nostre finanze e il nostro debito e quelli francese e tedesco, al gap tra i Pil di queste nazioni, vorrà l’Europa porre mano alla questione e risolverla?

Mes (questione su cui varrebbe la pena di leggere ciò che scrive Lorenzo Bini Smaghi, il migliore e unico prodotto della Banca d’Italia degli ultimi trent’anni, sacrificato due volte a favore di Mario Draghi, escluso dalle cariche maggiori proprio per carattere e competenza) o non Mes?

Intorno alla domanda sul ruolo che l’Europa vorrà svolgere il suo storico compito, peraltro troppo spesso ignorato, si definirà il futuro dell’Italia. E se l’Europa abdicasse -cosa possibile, possibilissima- la via dell’eversione in Italia, in Francia e in Spagna si aprirebbe ampia e comoda come un’autostrada. In attesa di ciò che accadrà attaccare l’Europa oggi è sbagliato e incongruente. Lo comprendiamo benissimo il perché: ma così non si guadagnano posti in prima fila nel panorama nazionale.

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