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La riscossa dei mini-bond

Il timore che l’operazione Tltro – la liquidità a tasso super-agevolato offerta dalla Bce alle banche disponibili a finanziare le imprese – potesse mettere in ombra i mini-bond per ora non ha ragione di essere. L’asta Tltro dell’altra settimana (vedremo come andrà la prossima, prevista l’11 dicembre) ha visto una richiesta nettamente inferiore alle attese, anche perché oggi – con le incertezze sul futuro – investire nello sviluppo non è facile. Soprattutto per le piccole e medie imprese.
Dopodichè, come sottolinea Andrea Crovetto, amministratore delegato di Epic, l’Investment community specializzata nelle medie imprese, «più liquidità circola, per investimenti di lungo termine su progetti industriali che meritano, meglio è. Quindi, se la Tltro della Bce imporrà alle banche una maggiore attenzione agli investimenti aziendali, questo va solo bene». A questo punto, aggiunge, «gli imprenditori hanno a disposizione un insieme di strumenti, come i mini-bond, per finanziare i progetti di sviluppo e possono accedere alle banche per le esigenze di breve».
I mini-bond, le obbligazioni ad alta agevolazione fiscale varati nel 2012 per rafforzare il patrimonio delle Pmi non quotate, al momento appaiono gli strumenti preferiti dalle aziende che hanno piani di sviluppo. E anche per quelle che vogliono ripianare debiti pregressi liberando risorse da investire.
«I mini-bond – osserva Mattia Donadeo Spada, partner di Crescitalia, advisor indipendente che affianca le piccole e medie imprese nella ricerca di soluzioni innovative per il rafforzamento patrimoniale – hanno avuto un grande successo, come ha sottolineato lo stesso ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, fra gli strumenti che consentono di diversificare i prestiti per finanziare il loro sviluppo richiesti dalle aziende, che ora non sono più costrette a rivolgersi solo alle banche».
L’emissione all’inizio costa, è vero, ma remunerazione e tempi di rimborso sono certi, non soggetti alle intemperanze dell’economia e dei mercati finanziari. Nel giro di un anno la cifra raccolta con i mini-bond è arrivata quasi a 2 miliardi di euro, la metà della quale incassata fra inizio luglio e agosto.
Le stime prevedono che entro fine anno la raccolta possa arrivare a 5 miliardi di euro.
Emettere mini-bond implica, però, la necessità di trasparenza, maggiore di quella a cui sono abituate mediamente le famiglie imprenditrici. Per quanto riguarda i costi, vanno considerati quelli una tantum legati all’emissione (spese legali, business plan e commissioni di collocamento), quelli periodici per il mantenimento della quotazione (assegnazione del rating, redazione del report informativo, revisione del bilancio) e il servizio annuale del debito (cioè gli interessi pagati).
Il tutto – secondo i calcoli di Financial Innovations, società specializzata nelle soluzioni per le imprese – nel caso di un prestito obbligazionario di importo contenuto (ipotizziamo 5 milioni) al 5,5% fisso della durata di cinque anni ed emesso da una società produttiva con un fatturato di una trentina di milioni annui, ha un costo equivalente al 5,8% annuo circa. Una cifra elevata, ma non proibitiva, se vi è la capacità di investire al meglio le risorse.
L’altro problema “spinoso” è l’approccio alla trasparenza. «In verità noi abbiamo molte aziende che lavorano all’estero – osserva Crovetto – e sono già abituate alla disclosure verso il mercato. Questo è un passaggio obbligato per poter accedere ai mercati finanziari: il biglietto d’ingresso è rappresentato da un po’ di trasparenza in più, ma quando ci sei dentro, dopo i mini-bond, è possibile anche pensare a un maggiore coinvolgimento di investitori, per esempio attraverso la quotazione».
Ma, ammettendo che disponibilità di risorse bancarie ed emissione di mini-bond non entrino in collisione, considerando il diverso orizzonte “ideale” delle due possibilità (a breve e a lungo termine), quali risorse di investimento potrebbero affluire alle mini-obbligazioni? «Cifre – risponde Crovetto – nell’ordine di qualche decina di miliardi di euro, se saranno mobilitati – come è possibile – anche i fondi assicurativi, i fondi pensione e i family office. Il vero problema oggi resta però la crescita dei fondi specializzati: adesso sono 26, un anno fa si contavano sulle dita di una mano, ma restano pochi per il decollo del mercato».
Una vera partenza si potrà avere solo quando i grandi intermediari globali entreranno in campo, riuscendo a dare maggiore liquidità a un mercato che ancora oggi costringe gli operatori a immobilizzare l’investimento per un lungo periodo.
Inoltre, aggiunge Donadeo Spada, « finora i mini-bond sono stati emessi in modo sporadico da parte delle aziende, senza coordinarsi con gli intermediari. Le emissioni che rispondono davvero allo spirito della legge, cioè favorire i finanziamenti fra il milione e i 50 milioni di euro per lo sviluppo delle Pmi, sono circa una ventina. E, sull’altro versante, il mercato dei fondi non è partito appieno». Tuttavia, conclude Donadeo Spada, la novità dei mini-bond «rappresenta un’opportunità di crescita culturale per le imprese, che oggi possono approcciarsi al mercato con le mini-obbligazioni e domani potrebbero anche pensare a una Ipo e alla quotazione in Borsa».

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