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«La ripresa? Serve più spesa tedesca»

Marcel Fratzscher si presenta come un economista «poco tedesco». E si capisce perché. «Per crescere in modo sostenuto e duraturo la zona euro, Italia inclusa, ha bisogno di più stimolo fiscale, coordinato a livello europeo, e la Germania dovrebbe spendere più degli altri», sostiene il presidente del Diw di Berlino, uno degli istituti di ricerca economica più influenti in Europa. «L’Italia? Oggi fa meglio che in passato, ma non basta: deve crescere molto più velocemente per far scendere la disoccupazione. Per le riforme serve tempo, ma ciò di cui ha bisogno tutta l’Europa è più domanda. Al ritmo di crescita attuale, ci vorranno 3 o 4 anni per normalizzare l’economia. Bisogna accelerare».

In che modo?

«L’eurozona deve rilanciare la domanda e la crescita con un coordinamento dello stimolo fiscale. E’ fondamentale che tutti i governi intervengano con misure per espandere la spesa fiscale: dell’1% o forse del 2% del Pil. Anche la Germania, soprattutto la Germania. Se lo fa solo Roma non è abbastanza, perché l’Italia è un’economia aperta e parte di quello stimolo andrà all’estero».

Come convincere Berlino?

«La Germania deve capire che lo fa prima di tutto per se stessa. Lo stesso discorso vale per il suo surplus commerciale, così grande che finisce per danneggiare innanzitutto l’economia tedesca. Al contrario Berlino deve investire di più, e importare di più, per aumentare la crescita e la produttività tedesche, e di conseguenza aiutare il resto d’Europa. E’ una situazione win-win».

Le elezioni politiche in Germania nel 2017 contribuiranno ad ammorbidire la rigidità tedesca?

«Ci saranno dei cambiamenti, ma non un mutamento radicale. L’idea di schwarze Null, cioè di un surplus di bilancio, resterà. Nessun partito osa mettere in dubbio questo assioma. L’anno scorso il surplus tedesco è stato pari allo 0,7% del Pil, quest’anno il numero potrebbe essere simile. Berlino dovrebbe spendere almeno quell’ammontare in investimenti pubblici e per migliorare la produttività. Il mio timore è che invece questo denaro sarà usato nel modo sbagliato, per aumentare le pensioni o abbassare le tasse sulle imprese».

A che investimenti pensa?

«In infrastrutture, in istruzione, e per integrare i rifugiati nel mercato del lavoro. L’anno scorso sono arrivati circa 1,1 milioni di profughi, quest’anno le stime indicano circa 300 mila arrivi. Una sfida enorme, ma anche un’opportunità».

In Germania si moltiplicano le critiche contro la politica monetaria della Bce. Nel mirino sono finiti soprattutto i tassi negativi. Lei da che parte sta?

«La Bce ha fatto molto, e le cose giuste, ma la sua politica monetaria è diventata meno efficace. Attenzione: non inefficace, ma meno efficace. Perciò deve fare sempre di più, per ottenere sempre di meno. L’unico modo per aumentare l’efficacia della politica monetaria è che i governi agiscano con più forza su riforme strutturali e politiche fiscali. I tassi negativi? Non penalizzano l’economia, ma i piccoli risparmiatori; pesano inoltre su alcune banche che hanno un modello di business inefficiente. Perciò è vero che i tassi negativi hanno conseguenze non desiderate, ma la Bce deve fare delle scelte, il suo mandato impone di mantenere la stabilità dei prezzi non di guardare agli effetti collaterali».

La Commissione Ue potrebbe concedere più flessibilità sui conti pubblici se i governi si impegnassero a fare la loro parte per accompagnare l’azione della Bce?

«Il problema è che le regole Ue chiedono all’Italia di ridurre il deficit. E le regole sono importanti. Ma viviamo in circostanze straordinarie, in tutta Europa siamo ancora in profonda crisi, non solo in Italia. Questo permette, pur nell’ambito delle regole, di usare la politica fiscale in modo più pro-attivo ed espansivo. Ma nel modo giusto, con investimenti pubblici e privati, e una spinta ai consumi. Quello di cui abbiamo davvero bisogno è più deficit nel breve periodo in cambio di un programma credibile e ambizioso sul debito nel lungo termine».

Giuliana Ferraino

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