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La ripresa dipende dalle banche centrali Bernanke e Draghi “sorpassano” i governi

NELLO stesso giorno in cui esce questo dato, l’euro riparte nella sua corsa trionfale, sfonda quota 1,34 sul dollaro, segna altri massimi su sterlina, yen, franco svizzero. «Tutte le aspettative sono al rialzo sull’euro» conferma la Bank of Tokyo-Mitsubishi. Perché continua a rafforzarsi la moneta dell’area economica più debole? Il gioco è nelle mani delle banche centrali. Sempre di più, sono loro a infilarsi con un ruolo di supplenza, dove i governi non vogliono o non riescono ad arrivare. La politica in alcuni casi sembra relegata in secondo piano. In Italia lo spread scende anche senza un governo nel pieno delle sue funzioni.
In America i mercati guardano all’ennesima sfida Obama-Congresso come a un sideshow, uno spettacolo di secondo piano, la fiducia viene da altri indicatori di crescita. Un premio Nobel di sinistra e un erede della scuola ultraliberista di Chicago concordano sul nuovo protagonismo politico delle banche centrali. Il Nobel keynesiano, Joseph Stiglitz, evoca «l’enorme potere che si concentra su queste istituzioni non elettive». John Cochrane, erede di Milton Friedman, evoca «l’onnipotenza della Federal Reserve».
L’evidenza dei fatti si accumula da mesi. In Europa, la vera svolta nella crisi di sfiducia verso la moneta unica viene fatta risalire a una singola frase di Mario Draghi. Era il 26 luglio 2012, i mercati erano quasi al panico, i tassi avevano raggiunto quota 7,75% sui bond spagnoli e 6,75% su quelli italiani. Quando a Londra Draghi disse che la Bce avrebbe fatto «whatever it takes» (qualunque cosa ci vorrà) per salvare l’euro, fu il segnale d’inversione di rotta nella fiducia verso la moneta. Negli Stati Uniti, l’acrimonia con cui la destra attaccò il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke durante la campagna elettorale, era proporzionale al suo ruolo nel rilanciare l’economia e quindi la rielezione di Obama. “Helicopter Bernanke” viene ormai studiato nei manuali: ha realizzato quel tour de force che anni addietro lui aveva teorizzato con la parabola dell’elicottero. Quando proprio nessuna ricetta sembra più funzionare, la depressione crea una trappola di liquidità, il credito a tasso zero non rianima gli investimenti, allora è il momento di inviare squadroni di elicotteri a lanciare moneta sul paese. Più o meno è quel che la Fed ha fatto in quattro tornate consecutive di quantitative easing, una politica del tutto eterodossa, stampar moneta per comprare titoli di Stato, oggi al ritmo di 85 miliardi mensili. Siamo agli antipodi dal laissez-faire e dal rigore monetarista. La supplenza dei banchieri centrali è una conseguenza diretta della debolezza dei governi. Il potere politico — soprattutto nell’eurozona sotto la dittatura della “perma-austerity” — non riesce a usare la leva del bilancio pubblico. Le banche centrali intervengono a colmare il vuoto: stampano moneta per sostenere la crescita. Se mai questo dovesse creare inflazione, tanto meglio: l’inflazione riduce il peso dei debiti, e in certe circostanze serve anche a rianimare i consumi.
Il Giappone è da qualche giorno un laboratorio di queste innovazioni. Il Nobel Paul Krugman saluta l’avvento di una nuova Japanomics, dopo
decenni di depressione. Il nuovo premier Shinzo Abe ratifica il ruolo di punta della banca centrale per guidare la ripresa: le assegna due obiettivi che un tempo sarebbero stati impensabili, quello di manipolare apertamente il cambio per svalutare lo yen (ecco perché l’euro sale: sono acquisti giapponesi) e quello di «fabbricare inflazione al 2%». I mercati applaudono con una rinnovata fiducia, i tassi sui bond giapponesi vanno ancora più giù. La strategia espansiva rende meno costoso il cammino per risanare il debito pubblico. L’esatto contrario della “perma-austerity” europea. Il Sol Levante ebbe la madre di tutte le bolle speculative negli anni Ottanta. Quando scoppiò quella bolla, la crisi nipponica è diventata la più lunga della storia, superiore per durata alla Depressione degli anni Trenta. Ora parte da Tokyo una versione del “nuovo pensiero” economico. Un ricercatore, Zoltan Pozsar, divenne celebre quattro anni fa quando all’ufficio studi della Federal Reserve di New York fu il primo a disegnare una “mappa segreta” dei flussi bancari non regolati, la cosiddetta finanza-ombra. Oggi lo stesso Pozsar con Paul McCulley si è messo a disegnare una «nuova mappa mentale delle banche centrali», perché è convinto che nel «ciclo secolare dei debiti» il loro ruolo è decisivo. I banchieri centrali non si occupano più soltanto di tassi d’interesse e inflazione, agiscono sulla distribuzione dei redditi e dei risparmi fra le generazioni. In America la più forte operazione redistributiva di Bernanke è lo schiacciamento dei profitti dei banchieri, stritolati da quattro anni di “tasso zero”. Tale è il loro potere, che il Financial Times
ha aperto un dibattito sulle sue colonne, su un tema che fu a lungo un tabù: «L’indipendenza delle banche centrali dalla politica è ormai al tramonto?»

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