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La ripresa di Eurolandia spinge i prezzi al rialzo

di Beda Romano

Trainata dalla Germania, l'economia della zona euro mostra segni di dinamismo nella prima parte dell'anno. Gli indici di fiducia fanno prevedere una ripresa dopo la debolezza del quarto trimestre dell'anno scorso, dovuta principalmente a un autunno freddo e nevoso. Nel contempo si rafforzano i segnali di inflazione, che sempre più preoccupano il consiglio direttivo della Banca centrale europea: la stretta monetaria sembra avvicinarsi.

L'indice Pmi, che nella zona euro riflette la fiducia dei direttori degli acquisti sia nel settore manifatturiero che nei servizi, è salito a febbraio ai massimi degli ultimi cinque anni (a 58,4), ben sopra a 50, lo spartiacque tra espansione e recessione dell'economia. Il dato arriva dopo che Eurostat, il braccio statistico dell'Unione, ha annunciato una crescita nel periodo ottobre-dicembre di appena lo 0,3 per cento.

Secondo il centro-studi Markit, che mette a punto l'indicatore mensile, i dati pubblicati ieri puntano su una crescita economica dello 0,7% nel primo trimestre di quest'anno (la previsione della Bce per il 2011 è – per ora – del l'1,4%). A trainare la ripresa è soprattutto l'industria: l'indice Pmi ha toccato in questo caso il livello massimo degli ultimi 11 anni. Più preoccupanti sono gli indicatori relativi ai prezzi: quelli alla produzione e quelli alla vendita hanno toccato nuovi record.

«Ci sono segnali di un rafforzamento delle tensioni inflazionistiche nel settore privato della zona euro», ha detto Chris Williamson, un economista di Markit che ha imputato questo fenomeno «al rincaro delle materie prime, in particolare dei prezzi dei prodotti alimentari e del petrolio». La questione è d'attualità e non solo perché l'inflazione in gennaio è stata del 2,4%. Da alcuni giorni la Bce sta lanciando segnali di una crescente preoccupazione su questo fronte.

Parlando a Hong Kong, Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo, ha sottolineato che i recenti aumenti dei prezzi potrebbero rivelarsi «permanenti», anche per via di una crescente domanda di prodotti alimentari di qualità nei paesi emergenti. Dal canto suo, il governatore cipriota Athanasios Orphanides ha avvertito che l'indice di inflazione della zona euro potrebbe rimanere sopra al 2% per un tempo superiore al previsto. E il capo economista della Bce, Jürgen Stark, ha parlato di una politica monetaria che ora sembra «ancor più accomodante» con la ripresa economica, assicurando che la Banca è pronta ad agire «rapidamente e in modo decisivo» se necessario.

I mercati finanziari si aspettano un rialzo del tasso di riferimento (oggi all'1%) tra giugno e settembre, ma gli ultimi segnali provenienti dal consiglio direttivo fanno pensare a una stretta monetaria anticipata. Peraltro gli stessi dati del Purchasing Managers' Index (Pmi) hanno rivelato che la ripresa economica sta mettendo radici anche nei paesi più deboli della zona euro. Il merito, tra le altre cose, va alla Germania.

Per prodotti industriali e beni d'investimento poi esportati in Asia o in America Latina, Berlino si affida a subfornitori europei, contribuendo alla crescita dei suoi vicini. D'altro canto, l'indice Ifo, che riflette la fiducia delle imprese in Germania, è salito nuovamente in febbraio, ai massimi dall'unificazione (a 111,2). Ieri l'omonimo istituto di ricerca ha definito «senza precedenti» la crescita degli investimenti delle società tedesche. Secondo Commerzbank, l'indice Ifo della Germania Ovest è ai livelli del 1969. L'impatto sui conti pubblici è evidente: la Bundesbank nel suo bollettino mensile ha detto che il deficit tedesco può scendere «verso il 2» nel 2011, dal 3,5% del 2010, purché il governo federale e le amministrazioni locali rispettino le promesse annunciate.
 

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