Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La ripartenza delle Pmi è tutta in salita

di Elio Silva

Una schiarita c'è stata, ma il cielo resta grigio. Nei conti delle società di capitali il 2010 ha riportato il segno positivo sui ricavi e la redditività, secondo i dati dell'Osservatorio Cerved Group che saranno resi noti oggi e che «Il Sole 24 Ore del lunedì» è in grado di anticipare. L'analisi, realizzata elaborando ed aggregando 113mila bilanci depositati relativi all'ultimo esercizio, mostra «un'inversione di rotta importante dopo il terremoto della crisi», come spiega Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group. La ripresa, però, è troppo debole per riuscire ad agganciare i livelli del 2007, anno nel quale già si manifestavano segnali di rallentamento dell'economia, ma che non lasciava certo immaginare il precipizio del successivo effetto Lehman. Il quadro d'insieme, insomma, è appesantito da incognite e fattori di debolezza. E le Pmi, in un contesto di forti tensioni, soffrono più delle grandi aziende.

Il rapporto Cerved Group – il primo sui bilanci d'esercizio 2010, costruito su una base statistica ampiamente rappresentativa dell'universo delle imprese – indica innanzitutto una discreta crescita dei fatturati, più marcata per le società a maggiori dimensioni (l'aumento è del 5,8% rispetto al 2009), modesta per le piccole (più 2,8%). I valori pre-crisi restano un miraggio: quasi un'impresa su due (il 42,8%) denuncia, in confronto al 2007, una forte caduta dei ricavi (oltre il 10%). Va però detto, a parziale conforto, che emerge anche un 33,3% di società con ricavi in crescita di oltre il 10%, dunque auspicabilmente fuori dalla spirale negativa.

La redditività, pur ritrovata, si ferma sotto i livelli pre-crisi: il Roi, indice di redditività del capitale investito, è stato l'anno scorso del 4% (era al 6,4% nel 2007) mentre il Roe, che misura la redditività del capitale proprio, sale a quota 5,5% ma, per restare al confronto con l'esercizio 2007, si arresta poco oltre la metà del 9,1% di allora. Complessivamente, nel 2010, hanno chiuso l'esercizio in utile il 71% delle società analizzate, una percentuale superiore di cinque punti a quella dell'anno precedente, ma di sei punti inferiore al 2007.

Si conferma pesante, anzi si aggrava, lo squilibrio delle partite correnti: le difficili condizioni di mercato e la stretta al credito bancario hanno accentuato il deterioramento delle condizioni di liquidità, soprattutto tra le micro-imprese. Per quanto riguarda, invece, il capitale circolante commerciale, che esprime la consistenza del fabbisogno finanziario derivante dal ciclo operativo, nell'ultimo anno gli indicatori sono rimasti stabili tra le Pmi, in aumento per le realtà più piccole e in diminuzione per le grandi.

I problemi di gestione della liquidità spingono le aziende a negoziare termini di pagamento più favorevoli con clienti e fornitori, ma l'inizio dell'anno in corso ha segnato una nuova inversione di tendenza, portando gradualmente la situazione verso la normalità: la rilevazione, sempre di fonte Cerved, sul primo trimestre 2011 parla di un 42,2% di società che saldano le fatture entro la scadenza concordata, rispetto al 40,9% del quarto trimestre 2010 (si veda in proposito «Il Sole 24 Ore» del 12 luglio).

L'andamento dei costi conferma che le imprese hanno compiuto notevoli sforzi di contenimento: se nel caso delle materie prime i risultati riflettono in maniera diretta le tensioni sui prezzi e l'andamento della produzione, nelle spese per il personale, dopo il modesto +0,3% del 2009 sul 2008, l'incremento è stato del 4% l'anno scorso sul 2009. Una dinamica di qualche decimo inferiore a quella del valore aggiunto, che ha fatto segnare più 4,8 per cento.

«Restano segnali di sofferenza tra le micro e le piccole imprese, che peraltro rappresentano il cluster più numeroso», osserva De Bernardis. «Siamo, infatti, in presenza di una ripresa lenta e fragile, con difficoltà nell'intervenire sui fattori strutturali e, di conseguenza, con scarsa propensione ad assumere rischi».

Una chiave di lettura confermata da Stefano Manzocchi, professore di politica economica internazionale alla Luiss di Roma, per il quale «la fase attuale è destinata a rallentare le decisioni di investimento». «Le Pmi – fa notare l'economista – hanno fatto ogni sforzo per contenere i costi, anche con strategie e strumenti innovativi. Hanno razionalizzato tanto le catene di fornitura quanto la rete distributiva, e hanno imparato a sfruttare le potenzialità del web. Ora, coerentemente con il contesto generale, tendono a non esporsi sul terreno finanziario».

«Anche perchè – aggiunge Guido Corbetta, professore di strategia aziendale all'università Bocconi di Milano – il problema della liquidità persiste. Le imprese, soprattutto se piccole, hanno difficoltà nell'accesso al credito bancario, ma al tempo stesso non presentano risultati tali da rendere praticabile l'autofinanziamento. La situazione, così, resta bloccata. La tendenza a non distribuire gli utili è una risposta ma, ovviamente, può funzionare solo nel breve termine. Sul piano strategico, visto che sono le Pmi a soffrire di più, appaiono necessarie operazioni di messa in comune delle rispettive risorse».

 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Non deve essere stato facile occupare la poltrona più alta della Bce nell’anno della peggiore pes...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Prelios Innovations e Ibl Banca (società attiva nel settore dei finanziamenti tramite cessione del ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La pandemia ha spinto le famiglie italiane a risparmiare di più. E questo perchè il lockdown e le ...

Oggi sulla stampa