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La rimonta dell’Italia sulla giustizia civile che ci fa ben sperare

Thomas Dold, campione mondiale di «vertical running», ha vinto per sette anni di fila la gara a chi sale di corsa in cima all’Empire State Building. Inarrivabile. Anche l’Italia, però, un record lo ha fatto: nel 2013 ha risalito 37 gradini in una delle classifiche di Doing Business che misurano la competitività. Una rimonta pazzesca. Nel settore giustizia. È la prova: se si fanno le riforme, il declino si può sconfiggere.
Che le classifiche internazionali vadano prese con le pinze è ovvio. Troppo spesso sono costruite su parametri scelti apposta per premiare le scelte delle proprie imprese, del proprio ateneo, del proprio Paese. Non ha senso che la Bocconi, nella sostanza una mono-facoltà, sia assente dalle grandi hit parade planetarie pur essendo nel suo campo (economics and statistics) la 17ª al mondo e la prima in Europa. E vale lo stesso per la Normale di Pisa che nel pro capite risulterebbe quinta nel pianeta. Ma anche per atenei come Padova, Bologna, i Politecnici o altri ancora costretti a operare in contesti sfavorevoli nelle grandi sfide mondiali.
È indubbio però, piaccia o non piaccia, che queste classifiche incidono pesantemente sulla reputazione internazionale del nostro Paese. E bisogna farci i conti. Perché è anche a quelle tabelle che gli Opinion makers e gli investitori internazionali guardano per farsi un’idea dell’Italia. Per capirci: abbiamo buone ragioni per esser perplessi davanti alla classifica sulla durata dei processi civili che nel 2012 ci vedeva al 160º posto su 185 paesi perfino dopo l’Iraq e poco più avanti dell’Afghanistan. Ma quei numeri vanno a cristallizzarsi rafforzando nei diffidenti la diffidenza. Un guaio: come diceva Einstein, è più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio.
Per questo, al contrario, c’è da rallegrarsi per il ranking 2014, appena uscito, di «Doing business». Che misura annualmente, per conto della World Bank, dove è più facile fare impresa valutando dieci parametri: quanto è complicato aprire un’azienda, gestire un fallimento, pagare le tasse, ottenere i permessi necessari a lavorare, ricorrere al credito delle banche e così via.
Sia chiaro: in questa classifica generale guadagniamo solo un paio di punti risalendo dal 67º al 65º posto. Lontanissimi da Singapore che per facilità di fare affari svetta in testa davanti a Hong Kong, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Danimarca e via a scendere. Ma al di là dell’inversione di tendenza, che dopo anni di cali un po’ comunque ci consola, colpisce come dicevamo la scalata di 37 posizioni (da 140 a 103) nel ranking «Enforcing Contracts». Il parametro che misura l’efficienza della giustizia civile. I tempi, i costi, il numero di procedure necessarie per recuperare un credito dopo un grado di giudizio e una procedura esecutiva.
Il merito, secondo Leonardo D’Urso, uno dei più accaniti sostenitori della mediazione giudiziaria e collaboratore de lavoce.info, «è dovuto essenzialmente alla rilevante riduzione delle parcelle degli avvocati stimata nel 15% del valore in causa contro il 21,8% dell’anno scorso, nella lieve riduzione dei giorni necessari per il giudizio (1.185 contro i 1.210 precedenti) e nel taglio di 4 procedure passate a 37 contro le 41 dell’anno scorso. Ovviamente è possibile che gli altri paesi sono peggiorati. L’importante però è l’inversione di tendenza agli occhi degli investitori stranieri». Ma soprattutto, sostiene, dell’impatto istantaneo sugli osservatori «del nuovo modello di mediazione entrato in vigore dopo mesi di ostruzionismo in Parlamento».
Possibile? Aldo Campesan e gli altri avvocati vicentini che già qualche anno fa tentarono di avviare una specie di giustizia parallela basata sulla mediazione per aggirare i tempi biblici delle giustizia civile, dicono che sì, la bontà delle (poche) riforme fatte è fuori discussione ma basterà a sciogliere «i dubbi sulla possibilità delle stesse di incidere sulla caduta verticale dell’efficienza del sistema giudiziario italiano»?
Difficile rispondere. Si vedrà. Ma al di là dei dettagli tecnici sulle nuove regole, che vi risparmiamo, quella stupefacente rimonta dice in modo chiaro e netto una cosa precisa: gli osservatori di tutto il mondo, quelli che con i loro giudizi (e soprattutto con i loro pregiudizi) vanno a incidere sui sentimenti di fiducia e di sfiducia nel nostro Paese, finendo per pesare sulla vita stessa dei cittadini soprattutto in tempi di crisi, ci osservano sul serio. E come si precipitano a cogliere tutti i segnali negativi (e Dio sa quanto lo abbiamo pagato in questi anni) sono pronti evidentemente a prender nota anche di quelli positivi. E se bastano pochi ritocchi centrati sulla mediazione per farci recuperare in un anno 37 gradini in una classifica specifica, quanto potremmo recuperare, agli occhi del mondo, con delle riforme serie e profonde?

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