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La rigorosa Germania vuole abolire i Länder «in rosso»

BERLINO — C’è una discussione che appassiona la Germania come quella sulle province infervora l’Italia. Come abolire — o riformare — i Länder, le macroregioni che in alcuni casi (vedi Baviera) competono con l’identità nazionale. Il dibattito torna a intervalli regolari, solo che stavolta si fa sul serio. Perché Berlino, che ha costretto i Paesi europei a iscrivere nella Costituzione l’obbligo di pareggiare il bilancio, ha fatto altrettanto con i propri Länder. Dal 2020, dunque, le «regioni» non possono più finire in rosso e finanziarsi con il debito, pena la perdita di autonomia e l’accorpamento forzato.
La situazione, in un Paese federale e fiscalmente squilibrato, dove tre Länder del Sud (Baviera, Badenwürttenberg, Assia) pagano una larga parte delle tasse nazionali, è delicata. Dice l’ex presidente della Corte Costituzionale, organo cruciale negli equilibri della politica, Hans-Jürgen Papier, alla Welt : «Alcuni dei Länder chiaramente non sono nella condizione di provvedere dal punto di vista finanziario a se stessi. Questi Länder avranno grosse difficoltà a raggiungere l’obiettivo costituzionale del pareggio di bilancio». Il 2020 agli italiani sembra perdersi nella nebbia? Per i tedeschi è dopodomani.
E infatti, il premier del Badenwürttenberg, il verde Winfried Kretschmann, che presiederà a ottobre la conferenza dei «governatori», dopo le elezioni nazionali proporrà di creare una commissione che studi la riforma federale. Quasi per miracolo, quest’anno le casse nazionali sono in attivo, ma solo perché il ricco Sud con un gettito fiscale particolarmente buono ripiana i debiti degli altri.
E allora come potrà cambiare la cartina della Germania? Diversi studi di fondazioni indipendenti parlano di ridurre i Länder da 16 a 11, e perfino a 9. Ma chi rischia di perdere la bandiera, e anche orgoglio? I grandi spendaccioni sono cinque: Berlino, Amburgo, Brema, Saarland, e anche la Nord Reno-Westfalia. Ma soprattutto per Berlino, dove la disoccupazione viaggia oltre il 20%, il risanamento veloce pare improbabile.
Da tempo si discute delle proposta di riunire la Prussia (quella ancora tedesca) e accorpare il Brandeburgo e la capitale. Un’altra ipotesi sempre sul tavolo è di ricreare lo «Stato del Nord», sui territori dell’ex Lega Anseatica, le terre di Thomas Mann e delle storiche rotte commerciali bagnate dal Mare del Nord, ma sprofondate nella miseria nera dell’ex Ddr. Ebbene, Amburgo non vuole sentirne di perdere il vessillo della città-Stato per prendersi sul groppone il Meclemburgo-Pomerania e unirsi anche allo Schleswig-Holstein.
L’associazione dei contribuenti fiscali, grande lobbista della razionalizzazione, dal canto suo, sostiene che la fusione avrebbe benefici enormi: tagliando i costi della burocrazia, dice, si risparmierebbero centinaia di milioni all’anno. Uno dei tanti studi disponibili. Ma c’è un’altra «questione federale» che agita la vigilia del voto tedesco. La cosiddetta «Soli» (un contributo di solidarietà), introdotta da Kohl per finanziare le regioni dell’Est: una tassa del 6% sul reddito annuo del cittadino per ricostruire strade, aeroporti, ferrovie nell’ex Ddr. Nel 2019 la Soli scade, Merkel la vuole prolungare, gli alleati bavaresi della Csu dicono di scordarselo: «È una porcheria» (Markus Söder, ministro delle Finanze di Monaco). Lo stesso giudice costituzionale Papier ritiene la Soli quasi incompatibile con i nuovi vincoli costituzionali imposti ai Länder. Insomma, il pareggio di bilancio è diventato anche un grattacapo (interno) tedesco.

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