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La riforma Svolta nelle banche cooperative una sola holding per 365 Bcc

ROMA Il governo è pronto a varare la riforma delle bcc, le banche di credito cooperativo. Domani in consiglio dei Ministri verrà presentato il decreto legge che ridisegna il settore. Un universo importante del sistema bancario alla luce delle 365 bcc che operano attraverso 4.450 sportelli in 2.700 comuni italiani. In ballo c’è un patrimonio complessivo di 20 miliardi di euro e una rete di banche locali che garantisce il 23% dei crediti alle imprese artigiane e il 18% dei prestiti forniti alle aziende del settore agroindustriale. Logico, insomma, che la debolezza patrimoniale di alcune bcc, soprattutto al Sud, combinata al recente default delle quattro banche (CariFe, CariChieti, Etruria e Marche) abbia suggerito al governo di accelerare e approvare una riforma per garantire maggiore solidità al sistema e scongiurare nuovi effetti Etruria, politicamente scivolosi.
Nel decreto di domani l’esecutivo recepirà buona parte del progetto di autoriforma scandito in dieci punti dalle stesse bcc. Il dato di partenza è assicurare al settore un modello più robusto e un quadro di regole più coerente con i requisiti normativi e prudenziali. Tanto che una norma stabilirà l’obbligo da parte di tutte la banche cooperative e casse rurali di aderire a una sorta di holding unica, il Gruppo Bancario Cooperativo di cui diventeranno azioniste in base alle quote di capitale sottoscritto. L’adesione sarà la condizione per mantenere la licenza bancaria in forma di istituto di credito cooperativo. In caso contrario le bcc non aderenti al Gruppo dovranno trasformarsi in una spa o, in alternativa, in una banca popolare. Un’eventualità da cui discende l’obbligo di cedere le riserve indivisibili (nelle bcc non sono distribuite ai soci), accumulate grazie al regime di esenzione di imposta riservato al settore. Quei soldi in caso di mancata adesione andranno così ad alimentare un fondo mutualistico per la promozione della cooperazione.
Una volta previsto il trasferimento del settore sotto un unico cappello, il decreto fissa le tappe successive, disciplinando il rapporto tra la capogruppo e le singole banche. In pratica, la bcc sottoscrive, attraverso un contratto di coesione, le regole di integrazione, controllo e coordinamento a cui sarà sottoposta. Nello schema di riforma, condiviso dalle bcc con la Banca d’Italia e il ministero dell’Economia, è stata prevista la possibilità di differenziare i gradi di autonomia della singola bcc dalla capogruppo. I margini di manovra saranno tanto più ampi in presenza di banche con bassi indici di rischiosità. Un giro di vite necessario a stringere le maglie e assicurare alla capogruppo poteri di controllo per garantire la stabilità e la conformità del settore alle regole dell’Unione bancaria.
Nella bozza del decreto circolata alla vigilia si segnala inoltre la possibilità di aprire il capitale del Gruppo Bancario unico all’ingresso di soci esterni fino ad un massimo del 49%. Vale ricordare che la holding delle bcc diventerà il terzo player bancario italiano con un valore complessivo della raccolta pari a 161 miliardi di euro e impieghi per 135 miliardi di euro.
Alla vigilia del varo del provvedimento la giornata di ieri ha registrato un incontro tra il premier, Matteo Renzi, e il sindaco di Verona, Flavio Tosi. Il colloquio ha toccato il tema banche locali, questione cara a Tosi stante l’idea accarezzata dal sindaco veneto di agevolare un’operazione che condurrebbe a un polo con Veneto Banca, Banco Popolare e, in un futuro prossimo, Cariverona.
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