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La riforma rinvia l’assegno fino a sei anni

di Gianni Trovati

Fino a sei anni al lavoro in più per le donne, e fino a quattro per gli uomini. Sono gli effetti della riforma previdenziale, che nei testi (non definitivi) del decreto «salva-Italia» diffusi ieri trovano novità importanti e stabilizzano il doppio binario: dal 2012 si potrà andare in pensione con la vecchiaia «ordinaria», che scatta a 66 anni per gli uomini e donne del settore pubblico e a 62 per le donne del privato, queste ultime destinate ad allinearsi alle altre categorie dal 2018, oppure con l'uscita «anticipata», dopo 42 anni e 1 mese per gli uomini e 41 anni e 1 mese per le donne (due altri mesi si aggiungono rispettivamente nel 2013 e nel 2014).
I fattori in gioco
Sono due i fattori cruciali per le «penalizzazioni» sul calendario previdenziale: il primo riguarda in egual misura uomini e donne, e oltre ad alzare il numero minimo di contribuzione per andare in pensione (ora è a 40 anni) lo coinvolge nel meccanismo degli adeguamenti automatici alla speranza di vita, che con la nuova normativa diventano biennali. Il secondo, che ha effetti più importanti nel caso delle donne del settore privato, nasce dall'addio alle quote.
La certificazione
Un'informazione essenziale prima di avventurarsi nei calcoli: chi ha già maturato i requisiti, o comunque li matura entro dicembre, può farsi certificare questo dato dal proprio ente previdenziale, e ha diritto ad andare in pensione con le vecchie regole.
I calcoli
Chi invece non ce la fa, deve guardare il calendario del pensionamento riprodotto nei nuovi «pensionometri» qui a fianco. Nel caso degli uomini e delle donne del settore pubblico, il discrimine è chiaro: chi ha iniziato a versare i contributi dopo i 24 anni va in pensione con la vecchiaia ordinaria, gli altri si possono imbarcare nel canale anticipato. Per le donne del privato il quadro è più complesso, perché il percorso verso la parificazione con gli uomini si abbrevia ma rimane progressivo. In generale, comunque, occorre calcolare quando scattano i 42 anni (3 tre mesi) di contributi, e vedere se arrivano prima dell'età prevista per il pensionamento di vecchiaia (62 anni nel 2012, 63 e mezzo dal 2014, 65 dal 2016 e 66 dal 2018). Entrambi i parametri, come detto, saranno aggiornati ogni due anni per la dinamica della speranza di vita. Un'avvertenza: per uniformità, le date si basano sull'ipotesi che il lavoratore abbia iniziato a versare i contributi a inizio anno, e non tiene conto delle frazioni di anno (per esempio quelle dettate dagli aggiornamenti per la speranza di vita, che a ogni appuntamento biennale dovrebbero alzare i requisiti di due mesi).
Gli esempi
L'incrocio fra vecchi e nuovi requisiti fa arrivare il picco degli allungamenti per le donne del settore privato nate nel 1955, se hanno iniziato a lavorare dopo i 26 anni. Per loro scatta lo scalone «pieno» fra l'attuale età per la vecchiaia, 60 anni, e quella nuova, 66, incrementata di un anno dagli adeguamenti automatici per la dinamica demografica. Per le nate nel 1954, in realtà, la situazione è simile, ma gli aggiornamenti automatici nel 2020 dovrebbero aver fatto innalzare i parametri di 10-11 mesi, e non di 13-14, e per questo la tabella non rileva il cambio d'anno.
L'altra penalizzazione
Chi pianifica il proprio futuro previdenziale, però, deve tener conto anche di un'altra penalità, questa volta economica, per chi va in pensione troppo "giovane": nell'ultima versione del testo (non definitiva) si prevede un taglio del 2% per ogni anno precedente ai 62, applicata solo alla quota di pensione calcolata con il metodo retributivo. In pratica: chi inizierà a lavorare a 15 anni e va in pensione a 58, "anticipa" di 4 anni rispetto al parametro dei 62, e subirà un taglio sull'assegno dell'8 per cento. In prospettiva, queste penalizzazioni sono comunque destinate ad agire sempre meno, a causa degli incrementi automatici dei parametri, fino a tramontare del tutto insieme all'incidenza del metodo retributivo.

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