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La riforma in Borsa già vale due volte Mps

È pari a quasi 5 miliardi e 800 milioni di euro la capitalizzazione di Borsa che le banche popolari hanno guadagnato grazie alla riforma del settore voluta dal Governo. Dalla chiusura di venerdì 16 gennaio, giorno in cui il premier Matteo Renzi ha parlato per la prima volta dell’abolizione del voto capitario che apre la strada alla trasformazione del settore, le azioni delle banche di credito coperativo si sono apprezzate in media del 41 per cento. Facendo nettamente meglio sia dell’indice Ftse Mib (+12%) che del settore bancario nel suo complesso: il paniere Ftse Italia Banche nello stesso lasso di tempo ha guadagnato il 17,6 per cento.
Tutte le principali banche popolari hanno registrato rialzi a doppia cifra. Quelle che hanno corso di più sono le più piccole: il Credito Valtellinese (+64,35% dall’annuncio della riforma) e la commissariata Popolare dell’Etruria e del Lazio (+58,9%) che tuttavia resta esclusa dalla riforma che riguarda solo gli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di euro. Notevoli poi i volumi di scambio. Stando alla banca dati S&P Capital IQ nell’ultimo mese sono state scambiate giornalmente circa 473 milioni di azioni di banche cooperative (sette volte tanto la media dell’ultimo anno) per un controvalore di quasi 700 milioni di euro.
Fino a qualche settimana le azioni degli istituti di credito cooperativo erano decisamente a buon mercato rispetto al resto del settore. Sempre in base ai dati S&P Capital IQ risulta che prima dell’annuncio della riforma le popolari capitalizzavano in media 0,4 volte il patrimonio netto. Un multiplo di Borsa più basso rispetto alle alla media del settore che tratta a un Price/Book value di 0,7 volte. Con il rally delle ultime settimane questo divario è stato in buona parte colmato dato che, ad oggi, le sette banche popolari quotate valgono circa metà del loro patrimonio.
Questo è successo perché la cifra al numeratore (il prezzo) si è impennata. Il valore di mercato dei sette istituti di credito cooperativo quotati a Piazza Affari alla chiusura di venerdì 16 gennaio era pari a 15 miliardi e 800 milioni di euro. Oggi si attesta a 21 miliardi e 400 milioni di euro (+37,17%). Il saldo equivale a un guadagno in termini di capitalizzazione di 5 miliardi e 800 milioni di euro. Una cifra pari al doppio del valore di mercato di un ex campione nazionale come Banca Mps, che capitalizza 2,7 miliardi di euro e quasi quanto Ubi, il terzo istituto di credito del Paese, che vale in Borsa 6,2 miliardi di euro.
Questa euforia della Borsa per le azioni delle banche popolari è dovuta al fatto che, con la trasformazione in spa e la contestuale abolizione del voto capitario, si scommette che ci sarà un consolidamento del settore, ad oggi estremamente frammentato. Questa frammentazione – segnalano gli analisti di Standard & Poor’s in un recente report – ha esposto gli istituti di credito più piccoli ai contraccolpi della pesante recessione che ha colpito il Paese. Secondo S&P le potenziali aggregazioni nel mondo del credito cooperativo daranno impulso alle economie di scala con effetti positivi sulla loro capacità di stare sul mercato e fare profitti.
Per contro i critici sostengono che, con la trasformazione in spa, le banche popolari possano perdere la loro tradizionale vocazione a sostegno del territorio. Magari perché “scalate” da investitori esteri senza alcun interesse nel contributo all’economia locale. Insomma il timore è che ci possa essere uno “sradicamento” dal territorio a tutto svantaggio di famiglie e imprese che oggi hanno una fonte importante di finanziamento dal mondo delle Bcc: il 25% del mercato italiano del credito passa attraverso le popolari.

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