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La riforma fiscale per Bruxelles: più Iva e Imu per tagliare l’Irpef

«La riforma fiscale non si scrive a Bruxelles», aveva chiarito il 7 maggio scorso il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni nella sua audizione alle commissioni Finanze di Camera e Senato impegnate nell’indagine conoscitiva sul ripensamento delle tasse italiane.

Ma diverse ragioni rendono ovvio anche il fatto che la legge delega in programma entro la fine di luglio non si può scrivere nemmeno disinteressandosi delle indicazioni comunitarie. Soprattutto dopo che procedure e calendario di avvio della riforma sono stati uno dei temi centrali nel confronto finale sul Pnrr fra il governo italiano e l’esecutivo comunitario. Anche perché, come si legge nei documenti tecnici allegati alle comunicazioni arrivate mercoledì dalla Commissione, con il suo debito al 159,8% del Pil l’Italia deve affrontare «alti rischi» di sostenibilità del debito «nel medio termine» con un bilancio che ha pochi margini per spese discrezionali finalizzate a rilanciare quella crescita di cui il Paese ha bisogno come dell’ossigeno.

Lo scenario in cui si colloca la riforma fiscale è questo. E il confronto a tre fra i desideri dei partiti, la strategia del governo e l’ottica comunitaria si annuncia interessante.

Il problema delle risorse

A Bruxelles le opinioni sul fisco italiano sono piuttosto precise. E i documenti appena pubblicati ne offrono un quadro dettagliato. Prima di analizzarlo però serve una premessa.

Oggi alla riforma fiscale il programma di finanza pubblica dedica un paio di miliardi dal prossimo anno al netto degli interventi sull’assegno unico. I partiti in queste settimane stanno presentando le loro proposte: proposte a volte venate da un po’ di propaganda, com’è ovvio nella fase del posizionamento politico che precede il confronto finale in Parlamento per le indicazioni da offrire alla legge delega del governo. In poche settimane bisognerà però entrare nel merito: per capire, prima di tutto, dove e come si trovano le risorse per la riforma.

Troppo lavoro…

Il ripensamento del fisco italiano, sostiene la Commissione, deve viaggiare sul piano delle «riforme strutturali che aiuteranno il reperimento di risorse per le priorità delle politiche pubbliche e contribuiranno alla sostenibilità di lungo termine delle pubbliche finanze, anche con il rafforzamento di copertura, adeguatezza e sostenibilità del sistema universale di protezione sociale e sanitaria».

Le «raccomandazioni» ufficiali (punto 3) si fermano qui. Ma sembrano piuttosto chiare nell’indicare che la riforma fiscale, più che chiedere coperture per essere attuata, dovrebbe trovarne per finanziare le esigenze dei conti italiani usciti dal Covid. Sfida non semplice.

Le analisi tecniche che supportano le indicazioni politiche della Commissione entrano però nel dettaglio. E toccano i classici nervi scoperti che fin qui hanno complicato i tentativi di revisione strutturale delle tasse. «Il sistema fiscale italiano – scrivono i tecnici comunitari – soffre di storiche debolezze», a partire «dall’alta pressione fiscale sul lavoro». La tassazione su ogni percettore di reddito ha raggiunto in media il 46,4%, calcola il documento, «uno dei livelli più alti in Europa, dovuto soprattutto all’elevata contribuzione sociale pagata da ogni lavoratore». Un conto del genere «rappresenta un ostacolo importante agli investimenti in Italia».

Fin qui non ci piove. L’analisi si fa tuttavia più sfidante quando passa in rassegna le contromisure possibili. Che si concentrano di fatto su due voci di entrata «meno dannose per la crescita»: l’Iva e le imposte sulla proprietà che da noi, secondo Bruxelles, sono «sottoutilizzate».

…poco patrimonio

La proposta Pd di alzare l’imposta di successione per finanziare la dote da 10mila euro da destinare ai diciottenni ha riacceso il dibattito sul trattamento fiscale dei patrimoni. La commissione europea imbocca però una strada un po’ diversa.

La revisione delle regole fiscali sulla proprietà non deve finanziare nuove spese, ma dare gli strumenti per abbassare le tasse sul lavoro. Perché il Paese che chiede troppo ai redditi da lavoro continua a poggiare su «una base imponibile per le proprietà obsoleta», e ad «esentare le abitazioni principali anche per i proprietari ad alto reddito».

Il buco delle concessioni

La stessa disattenzione è riservata alle proprietà statali, interessate dalla «pratica delle proroghe sistematiche delle concessioni senza nuove gare, che oltre a essere in contrasto con le disposizioni europee generano un’importante perdita di entrate». Sul punto va aggiunto che il caos creato dal lungo conflitto fra Italia e Ue, che mette i sindaci nella condizione di essere denunciati dagli aspiranti concessionari se applicano la proroghe e dai concessionari attuali se non le applicano, è finito all’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato. Che però si pronuncerà solo a ottobbre.

La commissione non sembra impazzire di gioia nemmeno per il nostro ricco ventaglio di bonus e detrazioni, che «in alcuni casi offrono deboli incentivi all’efficienza energetica, scoraggiano il lavoro del secondo percettore di reddito famigliare o implicano aliquote marginali altissime» per chi esce dai requisiti: il riferimento a bonus edilizi, detrazioni per famigliari a carico e Flat Tax degli autonomi non può essere inteso come puramente casuale.

L’evasione dell’Iva

Le distanze fra Roma e Bruxelles sembrano ridursi sull’Iva. Lo spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi, nella classica indicazione comunitaria, passerebbe certo da un ripensamento dei confini ampi che oggi definiscono i panieri dei beni soggetti ad aliquota agevolata. Ma una mano importante arriva dalla lotta all’evasione, che con e-fattura, split payment, reverse charge e digitalizzazione dei processi sta facendo passi in avanti importanti. Su questo terreno l’azione portata avanti dai governi italiani negli ultimi sei anni è promossa. Sul resto il dibattito promette scintille.

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