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La riforma dell’Irpef non basta Troppe scappatoie per le società

Il Pnrr contempla una riforma fiscale incentrata sulla revisione dell’Irpef. Una legge delega è prevista entro luglio. Ma perché limitarsi all’Irpef? Le imposte sugli individui e sulle società sono inestricabilmente collegate. Chi ha accesso alla forma societaria (tipicamente i più ricchi) ha ancora accesso a tanti modi di ridursi più o meno legalmente il carico fiscale, come dimostriamo sotto. L’amministrazione Biden ha dato un impulso alla riforma della tassazione societaria con la proposta di innalzare l’aliquota domestica e di introdurre una minimum tax uguale in tutto il mondo per le imprese più grandi, per eliminare gli incentivi a spostare profitti nei paradisi fiscali. L’accoglienza a parole positiva da quasi tutti i Paesi è incoraggiante. Ma non illudiamoci: il cammino è lunghissimo e il risultato non è garantito. E in ogni caso, se e quando andrà in porto, questa riforma non risolverà i problemi della tassazione societaria in Italia.
Finché un reddito rimane all’interno di una società, cioè non è distribuito in dividendi o tramite il riacquisto di azioni proprie, viene tassato con l’aliquota del 28%, includendo l’Irap (l’aliquota effettiva è inferiore, la più bassa tra i paesi del G7 dopo il Regno Unito come mostra la tabella).
Quando poi il reddito viene distribuito al socio si paga il 26%. Quindi il socio paga circa il 48% (tecnicamente, il 28% più il 26% del 72%) sul reddito percepito da una società. Questo sembrerebbe più dell’aliquota massima dell’Irpef, del 43%. Ma ci sono molti modi per pagare meno, e in alcuni casi molto meno.
Il modo più semplice consiste nell’utilizzare gli utili non distribuiti dalla società, e quindi tassati solo al 28 per cento, per spese di natura personale (personale di servizio, immobili destinati a residenza o vacanze, barche, etc.), che i comuni mortali devono invece sostenere con mezzi propri, interamente tassati. E’ vero che ci sono norme antielusive: l’articolo 65 del Tuir sulla tassazione dei beni destinati ad attività estranee all’attività dell’impresa o la legge 148 del 2011 che prevede un corrispettivo di mercato per i beni d’impresa concessi ai soci o ai loro familiari. Il problema è che queste norme non sono di facile applicazione.
Un altro modo per pagare meno tasse consiste nel cedere una quota della partecipazione nella società. In questo caso si dovrebbe pagare il 26 per cento della plusvalenza, la differenza tra prezzo di vendita e d’acquisto. Ma basta rivalutare la quota prima di cederla e si riduce o si annulla del tutto la plusvalenza soggetta a tassazione. Questa operazione costa l’11% del valore rivalutato, e quindi può essere conveniente nel caso di grandi plusvalenze.
Ad esempio, se ho una partecipazione che mi è costata 10 e la rivendo a 100, pagherei il 26% sulla plusvalenza di 90, cioè 24,4 euro; ma se prima di vendere rivaluto la quota pagherò solo l’11% di 100, cioè 11 euro. È uno stratagemma molto utilizzato nel distribuire ai soci patrimoni accumulati nel corso di anni, una specie di patrimoniale all’incontrario.
Questo meccanismo si presta per esempio ad essere sfruttato dalle holding (società che detengono quote di altre società). Il proprietario riceve i dividendi dalle società partecipate, e tipicamente li tiene nella holding anziché distribuirli; poi se ha bisogno di soldi vende delle quote invece di distribuire dividendi a se stesso (Warren Buffett ha fatto una fortuna con questo sistema: è famoso perché si vanta di non aver mai distribuito un dollaro di dividendi). Oppure la holding tiene la cassa ma la deposita a garanzia di un prestito privato al socio: questi riceve la liquidità ma non viene tassato perché è sotto forma di prestito e non di dividendo.
Spesso il socio vende le quote a una società riconducibile a se stesso: è una “operazione circolare”, che ha il solo scopo di ottenere un indebito beneficio fiscale. Anche qui c’è in teoria una norma antielusiva, l’articolo 10 bis dello Statuto del Contribuente. Ma può essere molto difficile individuarle e poi provare in sede di giudizio la circolarità dell’operazione.
Gli accorgimenti descritti sin qui servono per pagare meno tasse nel trasferimento del reddito dalle società alle persone. Esistono poi molti modi per abbassare le imposte sui redditi delle società, il 28% di cui si è parlato. Una di queste è stata introdotta nell’agosto 2020 e si presta adi abusi. È possibile rivalutare i beni di impresa, non solo materiali (capannoni, macchinari, etc.), ma anche immateriali (come i marchi d’impresa) pagando un’aliquota del 3%, rateizzabile. A quel punto aumentano in proporzione le somme iscritte a bilancio come ammortamento, che riducono gli utili e quindi le tasse.
Più in generale, con una società la deducibilità dei costi è analitica e molto ampia mentre i lavoratori dipendenti hanno solo detrazioni forfettarie – carichi familiari e detrazioni per redditi da lavoro dipendente.
Come si vede, esistono tante scappatoie che rendono possibile ai super- ricchi pagare tasse più basse di quelle previste dall’Irpef. Alcune hanno una loro ratio, e un po’ di elusione è inevitabile, ma alla luce del debito pubblico e delle disuguaglianze causate dalla pandemia crediamo sia opportuno quantomeno parlarne.
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