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La riforma dell’Euribor fa «flop»: tutto da rifare

Non c’è pace per l’Euribor. Negli ultimi dieci anni le quotazioni del tasso interbancario si sono prima impennate con la crisi finanziaria e il «congelamento» del mercato dei prestiti fra istituti di credito, poi inabissate sotto zero quando la Bce ha inondato di liquidità i listini. Ma soprattutto ha dovuto sopportare, al pari del Libor, una serie di accuse per la manipolazione del suo valore ai danni delle banche chiamate a determinarne il valore.
Ora anche il previsto processo di revisione del metodo di calcolo dell’Euribor rischia di subire una battuta d’arresto, se non definitiva almeno lunga. La scorsa settimana l’European Money Market Institute (Emmi) ha pubblicato i risultati della fase di sperimentazione sul passaggio dal sistema di rilevazione finora adottato (affidato alle banche del panel, ridotte ormai a 20 dalle 44 di qualche anno fa) a uno basato sulle transazioni di mercato, che però non ha dato buon esito .
«Non è possibile migrare verso una metodologia completamente basata sulle transazioni perché questo porterebbe livelli di tasso e volatilità non sufficientemente simili a quelli della metodologia attuale», ha sentenziato l’Emmi. In altre parole, l’esiguo livello di scambi sull’interbancario non permetterebbe di ottenere valori affidabili per un parametro che regola attività finanziarie per migliaia di miliardi, rate dei mutui variabili comprese.
L’obiettivo adesso è trovare una soluzione ibrida, basata in parte sulle transazioni e, quando queste non sono disponibili, su «altri prezzi» che l’Emmi non precisa: un modo per risolvere l’impasse e rispondere ai principi Iosco sui benchmark finanziari, che però richiede tempi lunghi. Il nuovo calendario prevede infatti prima lo sviluppo della nuova metodologia, poi la sperimentazione e infine la consultazione degli attori del mercato: bene che vada se ne riparla nel 2019.
Comprensibile a questo punto il disorientamento delle tesorerie delle banche, che non gradiscono la fase di incertezza e dovranno dedicare risorse significative alla sperimentazione (almeno quelle coinvolte nel panel, in Italia Intesa Sanpaolo, Mps e UniCredit). Ma c’è anche chi apprezza il rinvio, come il Ministero del Tesoro che ha sul mercato CcT con cedole indicizzate all’Euribor per quasi 135 miliardi di euro. «In un mercato così sottile come lo è oggi l’interbancario – ha sottolineato il direttore del Debito Pubblico del Mef, Maria Cannata – un sistema di rilevazioni legato alle sole transazioni porterebbe con sé il rischio di una elevata volatilità del parametro e non servirebbe a evitare possibili manipolazioni, per questo la decisione di effettuare ulteriori approfondimenti e di cercare una soluzione ibrida è un segnale molto confortante, perché testimonia che i regulator sono oggi più attenti a prevenire possibili effetti indesiderati delle nuove misure». La cura, a volte, rischia di essere peggiore della malattia.

Maximilian Cellino

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