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La riforma delle Popolari Sondrio, Creval, Bper e Bari come gli ultimi dei Mohicani

Ventuno mesi dopo il decreto legge del 20 gennaio 2015, chi ha potuto ha resistito. Come gli indiani d’America davanti all’avanzata dell’esercito confederale, che ai loro occhi rappresentava la modernità e soprattutto la fine di un mondo autoreferenziale che si perpetuava da secoli. Taluni sono stati spazzati via dalle loro stesse nefandezze: l’operare congiunto di Samuele Sorato e Gianni Zonin hanno portato al fallimento de facto della Banca Popolare di Vicenza, né più né meno di quanto Vincenzo Consoli e Flavio Trinca hanno fatto con Veneto Banca (15 miliardi di euro il buco diretto dei due gioiellini del Nordest). Poi c’è stata la Popolare dell’Etruria e del Lazio, altro esemplare caso di attaccamento al territorio. Altri hanno ceduto subito: Ubi ha accolto il dettato di legge più di un anno fa; altri ancora sono giunti al traguardo nei giorni scorsi (Banco Popolare e Popolare di Milano).

Foresta pietrificataRimangono in quattro delle dieci originarie banche popolari toccate dal decreto di riforma: Credito Valtellinese (unica ad aver convocato l’assemblea straordinaria per la trasformazione in Spa, il prossimo 29 ottobre), la Popolare di Sondrio, la Popolare di Bari, la Popolare dell’Emilia-Romagna (Bper). Sono banche solide, capaci di resistere alla pesante crisi del settore, ma refrattarie al cambiamento. Sono gli ultimi alberi di una foresta pietrificata che si credeva non esistesse più e che invece sopravvive, in attesa di un sempre più improbabile Little Big Horn, il fiume lungo il quale gli indiani d’America sterminarono il Settimo cavalleggeri e il generale Custer. L’ultima speranza alla quale ci si attacca è legata al prossimo 4 dicembre. Gli effetti del voto al referendum costituzionale potrebbero aprire scenari di governo adesso non immaginabili: nuovi equilibri romani da cui ricavare piccoli tornaconti, anche se il tempo stringe.

Chi non crede a questa possibilità è il Credito Valtellinese (al 30 giugno, utile netto di 21,3 milioni, 526 filiali, 4.099 dipendenti, 27,15 miliardi di attivi). La banca da quando ha alla presidenza l’ex direttore generale Miro Fiordi, cerca di guardare oltre i consueti steccati. L’assemblea di fine mese, fissata in anticipo sul ritardo altrui, indica una piccola diversità. Voci di corridoio indicano il Creval pronto a trattare con i dirimpettai della Popolare di Sondrio, che dal canto loro preferiscono legittimamente ballare da soli. Come ripetuti sono stati gli incontri con la Bper-Popolare dell’Emilia-Romagna per arrivare a costituite un gruppo che si sarebbe segnalato per una consistente presenza dalle valli del nord alla pianura padana, fino a tutta la Sardegna. Per ora non se ne è fatto nulla, ma il progetto interessa ad Alessandro Vandelli, amministratore delegato della Bper che probabilmente tornerà a portarlo avanti all’inizio del 2017, quando entrambi i gruppi bancari saranno diventati società per azioni.

Partite aperteBper (al 30 giugno utile netto di 65 milioni, 1.175 filiali, 11.451 dipendenti, 51,7 miliardi di attivi), in questi ultimi mesi si è segnalata per un particolare attivismo, per ora però più mediatico che fattuale. In lizza per Veneto Banca prima ancora del Fondo Atlante, in corsa per le quattro Good bank nate dal salvataggio del 22 novembre 2015, interessata ad aggregazioni con Creval, PopSondrio e forse qualche altra, la banca di Modena è ancora ferma al palo. Riunirà i soci probabilmente entro la fine di novembre (19 o 26 le date più probabili) per porre fine a una storia più che secolare di credito e cooperazione. Una pagina che l’attuale presidente, Ettore Caselli, già numero uno di Assopopolari, firmerà a malincuore, però un passaggio obbligato per i soci della banca, chiamati a guardare avanti.

La Popolare di Sondrio (al 30 giugno utile netto di 46 milioni, 354 filiali, 3.124 dipendenti, 35,6 miliardi di attivi), rivendica l’identità valtellinese e la solidità patrimoniale. Indispettito dalle ipotesi di fusione con il Creval, sempre respinte con decisione, l’istituto guidato da Francesco Venosta ha più volte ribadito il diritto all’autonomia, che nessuno potrà limitare. Ma anche la Popolare di Sondrio dovrà cambiare forma sociale.

La Banca Popolare di Bari (a fine 2015 perdita netta di 298,4 milioni, 385 filiali, 3.251 dipendenti, attivi per 14,8 miliardi), è un istituto riconducibile alla famiglia Jacobini – che lo fondò all’inizio degli anni Sessanta e che ancora lo amministra – che si segnala per l’attivismo nella cessione degli Npl e per il salvataggio di Tercas. Assai meno in altri settori: sul sito non c’è la semestrale al 30 giugno, le azioni non sono quotate ed è legittimo – come fanno diversi soci – chiedersi quanto realmente valgano. A Bari ci sono aste anche quindicinali tra azionisti, ma la formazione trasparente di un prezzo è altra cosa. I casi del Veneto, nel 2015, creano preoccupazione, mentre l’assemblea straordinaria dovrebbe tenersi – dicono in maniera informale fonti della società – «tra fine novembre e l’inizio di dicembre».

Per tutte c’è un sottile ma affilato rischio. La legge prevede che la trasformazione in società per azioni delle banche popolari con più di 8 miliardi di attivi avvenga entro il 27 dicembre 2016. Chi non si allineerà al dettato legislativo – il decreto è stato trasformato in legge il 24 marzo 2015 – si vedrà privato della licenza bancaria. Un’ipotesi che nessuno vuole neppure considerare. E allora il tempo stringe: servono trenta giorni per convocare l’assemblea straordinaria e, con il Natale di mezzo, non c’è più il tempo per preparare un eventuale piano «B».

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