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La riforma del fallimento è una bomba a orologeria

La riforma del fallimento, che dovrebbe entrare in vigore nei suoi snodi più delicati il 1° settembre, rischia di portare al fallimento l’intero Paese. La nuova normativa sulla crisi d’impresa, unita con gli effetti devastanti della pandemia sul sistema economico, è in grado di innescare un cortocircuito con conseguenze inimmaginabili. L’Italia ha infatti recepito la normativa «Insolvency» introducendo una originale innovazione, gli Ocri, cioè gli organismi di composizione della crisi, che non sono in realtà previsti dalla direttiva, la quale prevedeva solo meccanismi di consulenza e sostegno a favore dell’imprenditore. Questi organismi dovrebbero sostituirsi in qualche modo all’imprenditore nella valutazione e nella gestione della crisi dell’impresa non appena emergano alcuni segnali di pericolo come per esempio la difficoltà a pagare i fornitori o il ritardo nel versamento delle imposte, per obbligarlo ad attivarsi in modo tempestivo. Un meccanismo di stampo sovietico che può funzionare solo nella mente di chi non ha mai messo piede in una impresa vera. Il problema è che, con la pandemia, l’indebitamento eccessivo delle imprese e la mancanza di liquidità sono diventati comuni a gran parte del sistema. Se dovesse entrare in vigore il 1° settembre il codice della crisi, quasi tutte le imprese in difficoltà dovrebbero essere segnalate agli organismi di composizione della crisi (che peraltro non sono ancora pronti). Facile immaginare con quali risultati. Più difficile immaginare l’onda d’urto che questo provocherebbe sull’intero sistema economico, sociale e politico. Anche perché la segnalazione è in gran parte dei casi solo l’anticamera del fallimento.

La speranza è che si riesca a spostare in avanti il termine per l’attuazione della direttiva europea, per avere più tempo per adeguare la disciplina del fallimento ai nuovi, drammatici scenari. Qualche speranza viene dal G30, presieduto dal primo ministro italiano Mario Draghi, che ha già dimostrato consapevolezza del problema e avanzato impostazioni alternative, per esempio chiedendo di spostare il focus della crisi dalla liquidità, che l’Italia ha ristretto all’arco temporale di sei mesi, al concetto di solvibilità dei debiti nel lungo periodo. Allo stesso modo ha proposto di «privatizzare» la crisi, eliminando quindi la necessità degli Ocri, lasciando che sia il sistema stesso, quindi soprattutto i creditori istituzionali, a decidere quali sono le imprese che devono essere salvate. In questo modo il salvataggio dipenderebbe soprattutto dal valore complessivo che il mercato attribuisce all’impresa, non da parametri legali. Altro aspetto sottolineato dal G30 è che lo Stato non si può permettere di regalare soldi a tutti, bisogna sempre calcolare il costo del salvataggio per la collettività e fare il bilanciamento di costi e benefici. Un approccio decisamente più pragmatico e moderno di quello introdotto con l’ultima riforma della crisi d’impresa, la quale sembra voler mettere gli imprenditori sotto il dirigismo pubblico.

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