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La richiesta di aiuti della Spagna pronta sabato

La Spagna sarebbe pronta a richiedere un piano di salvataggio già nel prossimo fine settimana. In una giornata positiva per i mercati, trainati da una Wall Street soddisfatta dai dati sulla attività manifatturiera americana, è ancora Madrid a catalizzare l’attenzione. Secondo l’agenzia
Reuters, Rajoy avrebbe rotto gli indugi, più dell’ok di Bruxelles pesano i dubbi della Germania contraria a sommare il bail out spagnolo a quello greco. «Gli spagnoli sono un po’ titubanti, ma ora sono pronti a chiedere aiuto», ha riferito un alto funzionario europeo citato dall’agenzia.
Per un’Europa che affronta fino in fondo i suoi nodi, c’è un’America che cresce trainata dalle vendite di auto e dalle costruzioni edili, in controtendenza rispetto all’export che scende. Ma sullo sfondo c’è un’economia globale che continua a rallentare, dall’eurozona alla Cina. Tant’è che il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha confermato che l’economia Usa avrà bisogno ancora a
lungo del sostegno di una politica monetaria eccezionalmente espansiva. «Non ci aspettiamo una ricaduta nella recessione — ha detto Bernanke smentendo le voci più pessimistiche — ma questa crescita non basta a ridurre in modo adeguato il livello di disoccupazione. Se continua così verrà a costituirsi una categoria di persone disoccupate in permanenza, o comunque impossibilitate ad esprimere tutto il loro potenziale». Il banchiere centrale Usa ha difeso puntigliosamente la scelta fatta il mese scorso con la terza ondata di quantitative easing, cioè il nuovo round di acquisti di titoli sul mercato, stavolta in prevalenza obbligazioni degli istituti di credito fondiario. L’operazione equivale a creare 40 miliardi di dollari di liquidità aggiuntiva ogni mese, che sommandosi agli acquisti della “operazione twist” arrivano a 80 miliardi al mese. Soprattutto, proseguirà ad oltranza, senza una conclusione all’orizzonte. Il presidente della Fed ha rintuzzato le accuse che gli vengono mosse da destra, cioè da Mitt Romney e altri repubblicani, di creare inflazione e “monetizzare il debito”. I prezzi sono sotto controllo, ha risposto, e le politiche di bilancio non subiscono l’influenza della banca centrale. Bernanke ha risposto anche alle critiche che gli vengono rivolte dall’estero, di perseguire una politica di svalutazione competitiva del dollaro a scapito di altre economie: le più recenti accuse alla Fed sono state pronunciate nei giorni scorsi dalle banche centrali di Cina e Corea del Sud, riprendendo così un cavallo di battaglia del Brasile che aveva denunciato una “guerra delle monete”. Bernanke ha ricordato che il valore della moneta ha due risvolti: il potere d’acquisto interno, che per il dollaro è stabile visto il basso tasso
d’inflazione; poi la parità di cambio verso altre monete, e anche su questo secondo fronte ha detto che «il dollaro è al livello in cui strovava prima della crisi».
Il dato che ha rischiarato la giornata di ieri sui mercati è stato il Purchasing Manager Index americano, salito a 51,5 a settembre contro il 49,6 di agosto. Un dato sopra quota 50 è considerato il sintomo che la produzione manifatturiera cresce. Resta il dubbio però che la domanda interna possa continuare a compensare il calo di quella estera. La World Trade Organization prevede un pesante rallentamento del commercio mondiale quest’anno, con un incremento finale del solo 2,5% rispetto al 5% dell’anno scorso e al 14% del 2010. Altri sono perfino più pessimisti: un istituto olandese, Cpb Netherland Bureau for Economic Policy, calcola che il commercio globale sia addirittura sceso durante i mesi di giugno e luglio.

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