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La ricetta del Sole per un riordino efficace

La riforma tributaria per antonomasia è stata quella introdotta dalla legge 825/71, attuata con effetto dal 1° gennaio 1973 per le imposte indirette – con l’introduzione nell’ordinamento dell’imposta sul valore aggiunto – e dall’anno successivo per le imposte dirette.
Nel caso dell’Iva si trattava di recepire la seconda direttiva comunitaria, che prevedeva ben poche opzioni nazionali, mentre per le imposte dirette il salto in avanti della delega è stato di grande rilievo. Si passava da una tassazione più o meno forfetizzata del reddito di impresa a una fiscalità fondata sulle rilevazioni contabili, in un contesto del tutto carente: nel Codice civile non esisteva nemmeno lo schema del conto dei profitti e delle perdite, e dovranno passare ancora degli anni per il primo principio contabile nazionale.
Negli anni ’90 vengono introdotte in modo isolato alcune riforme significative: quella relativa al contenzioso tributario e l’istituzione dell’Irap. Per le imprese ci furono cinque anni di tassazione patrimoniale, in netto contrasto con le finalità di rafforzamento delle attività aziendali, cui fece seguito l’introduzione della Dit, oggi sostanzialmente riproposta con l’Ace.
Di riforma si parla nuovamente con la delega del 2003, in sintonia con le analoghe innovazioni nel codice civile. Dall’anno successivo verrà abolito il credito di imposta sui dividendi, nasceranno la Pex e le tassazioni opzionali del consolidato fiscale e della trasparenza.
Perché oggi una nuova delega fiscale e cosa ci aspettiamo dai decreti attuativi? La prima richiesta riguarda la certezza del diritto, la sua comprensione e la stabilità normativa. Nonostante lo Statuto del contribuente, le norme fiscali continuano a essere emanate in continuazione con effetto retroattivo, con la motivazione della necessità di gettito ma senza che se ne capisca la logica.
Prendiamo una disposizione della legge di (in)stabilità per il 2014, il comma 717, cui il comma successivo attribuisce effetto retroattivo al 2013. Se c’era una cosa buona dell’Imu era l’effetto di sostituzione per i fabbricati non locati: pagando l’Imu la rendita catastale usciva dal quadro RB della dichiarazione. La nuova norma dispone invece che il reddito del titolare va incrementato del 50% della rendita catastale per un fabbricato non locato, se situato nello stesso comune dove si trova l’abitazione principale. La norma è scritta talmente male che non è stata ancora commentata nelle istruzioni alla dichiarazione dei redditi, dove andrebbe già applicata, e non si capisce nemmeno se vale anche nel caso in cui l’abitazione principale sia condotta in locazione. Assolutamente impossibile capire la logica sottostante, ammesso che ne esista una, che non sia quella di andare a caccia di gettito così come capita.
Questo modo di operare non può continuare nell’ambito di una delega che vuole essere di sistema e non solo di cassetta. Uno degli ultimi episodi è stato quello della riduzione al 20% della deduzione del costo per le auto utilizzate nello svolgimento dell’attività economica: fondamento logico zero, se non quello di aumentare le entrate erariali. E la prima riduzione al 27,50% era nella legge Fornero per finanziare le indennità di disoccupazione.
Potranno fare molto per il successo di questa riforma le disposizioni sull’accertamento e sull’abuso del diritto: occorre sicuramente contrastare comportamenti a dir poco disinvolti, ma non si può lasciare il contribuente in balìa di modifiche interpretative che finiscono per rimettere in discussione comportamenti di assoluta buona fede.
Mancano nella legge almeno due cose: la riforma della base imponibile Irap, in continua oscillazione tra regole civilistiche e regole fiscali, e il passaggio dalle singole norme a un codice tributario. Le stesse identiche disposizioni che troviamo nella legge Iva ci sono nel Dpr 600 sull’accertamento dei redditi. Per questo allineamento si aspettava l’istituzione dell’agenzia delle Entrate, che ha da tempo festeggiato il decennale dalla sua istituzione, ma che per i controlli deve operare con gli occhi puntati su due leggi diverse, anche se dall’identico contenuto.

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