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La ricerca cinese investe in Italia

di Rita Fatiguso

Il taglio del nastro, previsto oggi a Milano, suggella l'eccezionalità del caso: per la prima volta in assoluto una multinazionale cinese del calibro di Huawei sposta un centro di ricerca strategico come è quello sulle tecnologie microwave da Shenzhen, il quartier generale, all'estero, a Milano. Nel 2005, anno dell'arrivo in Italia, i dipendenti dell'azienda di telecomunicazioni erano poche decine, oggi sono 500. Un centinaio i ricercatori del nuovo centro ricerche coordinati da Renato Lombardi, il direttore, che non si sorprende più di tanto per la scelta dell'azienda. Anzi. Dice Lombardi: «Qui, a Milano, c'è il giusto clima per capacità e qualità delle risorse umane, la scelta di Huawei porterà nuovi posti di lavoro e una ottimizzazione della presenza aziendale in Italia, nel cuore dell'Europa, in una posizione strategica».

L'attenzione di Huawei per le collaborazioni scientifiche italiane non è un caso isolato. Certo è il più eclatante, ma i cinesi cercano il meglio e, in certi settori, l'Italia è il posto giusto. Haier, per fare un esempio, il colosso mondiale degli elettrodomestici, numero uno nel settore del bianco, ha mantenuto in Italia il centro europeo del design, tra Varese e lo stabilimento di Campodoro (Padova), i due poli tra i quali è stato concepito il frigo 3D. Un gioiello del design che, commenta Sun Shubao, a capo della divisione Europa «Haier inizierà a produrre anche in Pakistan e in Cina, perchè ha una linea che piace molto al mercato interno cinese, ricorda i prodotti occidentali di alto design. Non ci spostiamo di una riga: anzi, stiamo commercializzando il 3D con il marchio di fascia alta Casarte che evoca proprio il made in Italy».

Effetto Milano anche per la rivale Hisense, che ha deciso di focalizzarsi sulla capitale economica lasciando gli uffici commerciali torinesi. «A breve – dice l'ad italiano Gianluca Di Pietro – traslocheremo e sposteremo il nostro quartier generale sotto la Madonnina. Un centro di ricerche è nei nostri piani, ovviamente».

È Torino, però, la capitale del design industriale applicato, e qui le case automobilistiche cinesi sono arrivate a metà del 2000. L'idea, ben chiara, di alcune di loro era acquisire know how utile a nobilitare la produzione in patria di automobili. Changan, a distanza di sei anni, collabora alacremente con Idea (acronimo di Institute of development in automotive engineering) Institute, nato nel 1978, a Moncalieri, poco fuori Torino, per dar vita a un organismo di progettazione di tecnologie per mercati internazionali. La rete è internazionale, come le sedi dislocate, appunto, in Cina, Francia e Romania e un team d'ingegneria in India.

Lou Tik, è lo storico general manager e design director del centro del design italiano della casa produttrice Jac. Lou ormai si sente torinese. «Dopo sei anni di permanenza qui – dice il manager in perfetto inglese – ho iniziato ad apprezzare un approccio locale e mirato del design che considero quello giusto per il nostro mercato cinese». Tanto giusto che ne ha divulgato il verbo al meeting mondiale del design dell'auto che quest'anno si è svolto proprio in Cina. «Non bisogna disegnare per la Cina – aggiunge Lou – bisogna avere un approccio regionale nel catturare l'attenzione dei clienti cinesi, il nostro paese è così diverso da zona a zona».

E non è finita. A breve a Torino è atteso un altro importante costruttore cinese, Sokon holding car, che ha già individuato quel territorio come centro di eccellenza nel quale insediare in futuro una propria unità per ricerca e sviluppo. Tutte attività incentivate da From Concept to Car, progetto della Camera di commercio di Torino gestito dal Centro Estero per l'Internazionalizzazione Ceipiemonte. Sokon vuole creare un team a Torino e verificare le opportunità di coinvolgimento nei nuovi progetti di aziende di stile e ingegneria piemontesi e valutando l'insediamento di un proprio centro tecnologico.

A volte, però, si potrebbe fare di più. Lo pensa Fabio Di Marco, responsabile del marketing di Zte Italia, grande competitor di Huawei nelle telecomunicazioni. «Noi finora – dice Di Marco – abbiamo cercato di tessere rapporti utili con la ricerca, soprattutto a livello locale. Ci sono progetti finiti in stand by, come la banda larga in Lombardia. È difficile pianificare senza avere punti di riferimento locali. Ad esempio abbiamo sondato la possibilità di rilevare un centro ricerche di Alcatel in Puglia, una settantina di ricercatori già formati. Ma non se ne è fatto più niente anche per la difficoltà di avere elementi completi di valutazione».
 

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