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La «residenza» in Italia blocca il valore normale

Non si applica il valore normale per le transazioni infragruppo se le società hanno sede in Italia: la presunzione riguarda solo i rapporti internazionali tra imprese del medesimo gruppo. Il concetto di inerenza di un costo, inoltre, deve essere collegato all’intera attività e non ai soli ricavi in senso stretto che da tale spesa possono scaturire. A fornire questi importanti principi è la Corte di cassazione con la sentenza n. 23551 depositata ieri. L’agenzia delle Entrate ha fatto ricorso contro la decisione della Ctr di Milano, per il parziale annullamento di avvisi di accertamento emessi nei confronti di una società operante nel settore delle calzature all’ingrosso. Tra le contestazioni, c’era il disconoscimento di alcuni costi perché non inerenti e la ripresa a tassazione di maggiori ricavi determinati applicando il valore normale. La società aveva dedotto costi di manutenzione per il giardino antistante la proprietà, un contratto uso “foresteria”, oltre che una fattura per consulenza e ricerche di mercato. L’ufficio aveva rilevato che la deduzione doveva essere subordinata alla strumentalità rispetto all’attività svolta, e nel caso di specie non poteva assolutamente qualificarsi tale. La Corte ha chiarito che in tema di imposte sui redditi, affinchè un costo sia fiscalmente deducibile, non è necessario che sia stato sostenuto per ottenere una precisa componente attiva, ma è sufficiente che sia correlato in senso ampio all’impresa e quindi finalizzato allo svolgimento di un’attività potenzialmente idonea a produrre utili. Secondo i giudici anche il concetto di inerenza deve essere collegato all’intera attività d’impresa e non ai soli ricavi in senso stretto. L’amministrazione, poi, aveva applicato il valore normale alle transazioni avvenute tra la società ricorrente e la partecipante, in quanto, per l’ufficio, al pari della presunzione vigente per il transfer pricing, le cessioni dovevano avvenire a prezzi “normali” nella specie superiori a quelli fatturati. La Corte, condividendo la decisione dei giudici di appello, ha rilevato che trattandosi di imprese residenti nel territorio nazionale, la disciplina del trasfer pricing non era pertinente, vigendo solo la regola che il prezzo deve essere riferito ai listini tenendo conto degli sconti d’uso. Era stato applicato, peraltro, un prezzo ragionevolmente inferiore a quello per l’utilizzatore finale, rispettando la prassi commerciale, anche fra concorrenti, di vendere merci a condizioni di vantaggio. I verificatori, inoltre, non avevano confrontato i prezzi praticati con quelli di altri grossisti. La pronuncia ribadisce che il concetto di inerenza di un costo non deve applicarsi, come pretende spesso l’Agenzia, al conseguimento di un ricavo (valga per tutti il caso delle spese di sponsorizzazione e pubblicità), sia perché nei controlli infragruppo è prassi applicare il valore normale delle operazioni ancorchè esso sia riferito ai solo rapporti con società non residenti.

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