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La residenza estera va provata

Nella disclosure anche l’indagine sulla residenza estera: laddove, per uno o più dei periodi di imposta accertabili il soggetto che presenta la domanda di collaborazione volontaria, sia stato residente all’estero in uno stato o territorio black list dovrà essere fornita anche la relativa documentazione a supporto di tale indicazione. In mancanza della documentazione di specie, la presentazione della domanda avrà l’effetto di riqualificare la residenza in Italia. L’effetto è quello di spostare l’attenzione dalla sanatoria delle attività estere non dichiarate a quello, molto più ampio, della residenza fiscale con delle conseguenze possibili anche sul costo della sanatoria stessa. È questo un altro degli aspetti che dovrà essere valutato con attenzione, nel momento in cui il contribuente dovesse decidere di presentare l’istanza per la procedura di collaborazione volontaria alla luce di quanto previsto dal decreto legge n. 4 del 2014.

Nella generale complessità del modello, alcune indicazioni contenute nelle schede hanno un obiettivo sicuramente collegato alla disciplina del monitoraggio fiscale la cui violazione è il «canale» di accesso alla procedura di collaborazione volontaria ma che, nel contempo, rischiano di ampliare a dismisura il momento di confronto con l’amministrazione finanziaria. Sino a far sorgere presupposti che, inizialmente, non erano valutabili. Si pensi, ad esempio, a quanto richiesto nella tabella R4 della scheda richiedente dove il contribuente che presenta la domanda deve indicare, per i periodi di imposta ancora accertabili, la propria residenza fiscale in uno stato estero. Le istruzioni affermano come nel caso di residenza in un paese black list (l’individuazione dei quali è da riferire al dm 4 maggio 1999) si dovranno altresì indicare le informazioni di dettaglio in merito a tale ipotesi nonché produrre la documentazione a supporto per superare la presunzione di residenza italiana delineata dal comma 2-bis dell’articolo 2 del Tuir.

In altri termini, dunque, in una fase che in prima battuta è prettamente amministrativa, sarà il contribuente a dover produrre documentazione che è tipica della fase di accertamento.

È ovvio che il presupposto per l’accesso alla procedura di collaborazione è quello della residenza in Italia con il possesso di disponibilità estere non dichiarate ma, nel contempo, le informazioni richieste appaiono esulare dalla logica della disclosure.

Si pensi, ad esempio, a un contribuente che afferma di essere stato residente in Svizzera sino al 2009 ed avere, solo successivamente, acquisito o riacquisito la residenza in Italia mantenendo evidentemente delle disponibilità estere non dichiarate nel quadro RW. In questa ipotesi, non sarà sufficiente l’affermazione ma dovrà essere prodotta la documentazione (in primis si immagina l’attestazione di cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente) idonea a superare la prova contraria di cui al già citato comma 2-bis dell’articolo 2 del Tuir. Questo non sarà sufficiente in quanto, come più volte affermato dall’amministrazione finanziaria in relazione alla presunzione di specie, la prova contraria deve essere fornita anche in relazione ai concetti di domicilio e residenza come intesi dall’articolo 43 del codice civile. Di fatto, dovrà essere data dimostrazione che il proprio centro di interessi personali e/o economici era al di fuori del territorio nazionale.

Si può ipotizzare che l’agenzia delle entrate non si limiterà a recepire la documentazione prodotta dal contribuente ma provvederà a vagliarla emettendo, se del caso, un atto che potrebbe riguardare:

– le imposte laddove, ad esempio, l’agenzia ritenga operante l’articolo 12 del decreto legge n. 78 del 2009 in quanto non «soddisfatta» della prova contraria rispetto alla residenza;

– le sanzioni sul monitoraggio fiscale, seppure nella nuova misura o comunque in misura non superiore alla percentuale minima prevista dalla vecchia disposizione, in relazione a periodi di imposta inizialmente non considerati dallo stesso contribuente.

In questo caso, non essendovi preclusione normativa, è ipotizzabile che il contribuente possa aprire una fase di accertamento con adesione rispetto a quanto ipotizzato dall’agenzia delle entrate dovendo ulteriormente fornire prova contraria della assenza di rilevanza reddituale delle proprie consistenze estere che, magari, l’agenzia delle entrate ha temporalmente riportato indietro nel tempo. È evidente come, dunque, si sposta nell’ambito di una procedura volontaria e di «sanatoria» una problematica che è tipicamente di accertamento seppure del ribaltamento sul contribuente dell’onere probatorio. Il rischio a cui ci si espone è una riqualificazione della residenza in Italia per periodi di imposta antecedenti. Con costi della sanatoria che possono lievitare.

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