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La redditività taglia i costi black list

È la prova di un interesse economico effettivo da parte del contribuente italiano a giustificare la deducibilità dei costi sostenuti per acquisti da fornitori residenti in paesi a fiscalità privilegiata. A queste conclusioni è giunta la Commissione tributaria regionale di Torino, con una sentenza (n. 91/1/12 depositata in segreteria il 13 dicembre 2012) in cui sono stati ripercorsi gli step logici che si devono seguire appunto per arrivare a considerare deducibili i cosiddetti costi “black list” in un caso che ha riguardato la Olivetti Spa (rappresentata dallo studio legale Paul Hastings) per il 2002.
La norma coinvolta è l’articolo 110, commi da 10 a 12 bis, del testo unico delle imposte sui redditi che prevede da una parte un obbligo di segnalazione in dichiarazione dei redditi dei costi sostenuti da un soggetto italiano acquirente di beni e servizi e dall’altra una necessaria giustificazione di questi oneri per cui la deducibilità è ammessa solo se alternativamente si è in grado di dimostrare: che il fornitore estero ha una attività commerciale effettiva nel paese black list; oppure che l’acquisto è giustificato da un interesse economico del soggetto italiano (naturalmente è sempre indispensabile dimostrare anche che le operazioni hanno avuto concreta esecuzione).
Il caso trattato è piuttosto rilevante in quanto la sentenza va a riesaminare una vicenda che era già stata trattata da un’altra sezione della medesima Commissione tributaria regionale del Piemonte. Sentenza tuttavia cassata dalla Suprema corte (sentenza 26298/2010) per insufficiente motivazione e quindi la causa era stata rinviata ad altra sezione della Ctr del Piemonte. La nuova sentenza arriva alle stesse conclusioni della precedente evidenziando l’esistenza delle condizioni per la deducibilità dei costi sulla base della documentazione esibita dal contribuente.
La commissione ha in primo luogo analizzato l’esistenza del requisito della corretta esecuzione degli ordini effettuati. A questo proposito si è dato atto che il fornitore principale è un soggetto indipendente (nel caso specifico una multinazionale giapponese) che aveva stabilito una filiale produttiva in un paese a fiscalità privilegiata (la Malesia) esclusivamente per una scelta propria della capogruppo del fornitore. Inoltre la prova della corretta esecuzione degli ordini è stata acquisita con l’esibizione della documentazione doganale e con le fatture ricevute e i documenti di trasporto.
A questo punto la Commissione ha analizzato l’esimente dell’effettivo interesse economico. Sotto tale profilo si è analizzato il caso dal punto di vista del business e si è visto che: il soggetto italiano ha un marchio riconosciuto a livello mondiale che gli consente di acquistare da produttori terzi prodotti da marchiare e commercializzare in proprio; il fornitore rappresenta uno dei produttori di riferimento del mercato dei prodotti senza marchio e fornisce anche concorrenti dell’acquirente italiano; in Italia non esistono produttori in grado di fornire prodotti analoghi. Pertanto non essendoci benchmark possibili l’analisi si è concentrata sull’interesse economico “effettivo” e cioè sui margini di profittabilità. Tali margini sono stati positivi variando, a seconda delle diverse categorie di prodotti, da un minimo del 10% ad un massimo del 135. Questi dati sono stati provati dalle fatture di acquisto e di vendita presentate dal contribuente.
In sostanza la sentenza si concentra sull’interesse economico effettivo inteso come capacità di produrre margini. La Commissione giustifica questa scelta avendo riguardo alla situazione specifica del contribuente interessato che viene considerato «un unicum in Italia», tuttavia il ragionamento dovrebbe valere a prescindere.

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