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La recessione sta finendo ma ora deve cambiare la cultura degli imprenditori

Le ultime previsioni internazionali sulla  ripresa economica segnalano una specifica  difficoltà italiana a tenere il passo  degli altri paesi del cosiddetto gruppo  dei Piigs. Portogallo, Irlanda, Spagna e perfino la Grecia stanno dimostrando una capacità  di aggancio al pur lento treno della crescita superiore  a quella del nostro paese. Probabilmente il confronto con l’economia ellenica non è granché  significativo: il Pil di Atene ha subito in questi anni un tale tracollo da rendere quasi naturale un discreto rimbalzo ai primi segnali di rilancio delle attività a livello europeo. Fa però riflettere che un paese di maggior peso e di non pochi guai come la Spagna si stia rivelando nettamente più pronto nello sfruttare i pur angusti spiragli di luce che si sono aperti alle economie del vecchio continente.  A prima vista, questo  scenario sembrerebbe  dare ragione ai fautori  delle politiche del rigore  contabile imposto  da autorità esterne. Portogallo, Irlanda e Spagna (non parliamo poi della Grecia) hanno chiesto ed ottenuto, seppure in termini diversi,  aiuti importanti dalle istituzioni  internazionali accettando di assoggettarsi a forme di commissariamento,  importa poco se esplicite  o diplomaticamente dissimulate. Una scelta – possono argomentare  oggi i sostenitori dell’austerità  – che ora viene premiata da un aggancio un po’ più sostanzioso  ai primi vagiti di ripresa in atto. Mentre l’Italia risulterebbe penalizzata  in questa fase di recupero generale proprio dalla decisione di fare da sola tenendosi alla larga dalla temuta “troika” ma così anche  dagli aiuti finanziari esterni. Il fascino di questa analisi consiste  soprattutto nella sua elementare  semplicità. Ma il suo limite è anche  quello di una superficialità che rischia di sconfinare in una fuorviante  banalità. L’acronimo Piigs è una comoda locuzione verbale che sottende però sistemi economici  fra loro assai diversi come non poco differenti sono stati i problemi  posti dalla crisi apertasi nel 2008 ai paesi di questo gruppo. La Spagna, per esempio, è stata particolarmente  colpita dall’esplosione  del “boom” immobiliare che ha esposto a minacce esiziali il suo sistema  creditizio con effetti a cascata  sul resto dell’economia: gli aiuti esterni alle banche iberiche hanno dato un contributo indispensabile  alla fuoriuscita dall’incubo  del tracollo. Nel caso dell’Italia la crisi si è manifestata principalmente sul fronte più esposto dei conti pubblici:  dopo tutto continuiamo ad avere il più pesante debito pubblico  d’Europa. Ma alle difficoltà di tenuta del bilancio dello Stato si sono sommate quelle derivanti da una rapida e concomitante caduta della produzione industriale e della  domanda interna: una sovrapposizione  micidiale per un paese che è tuttora la seconda economia manifatturiera del continente. Applicare  una terapia di tipo irlandese  o addirittura greco all’Italia sarebbe  stato come dare il colpo di grazia al nostro paese perché avrebbe reso ancora più ulcerose le sue ferite maggiori. Va piuttosto sottolineato che la pur giustificata ossessione per lo stato dei conti pubblici ha finito per distogliere l’attenzione, interna  e internazionale, dai problemi connessi alla debolezza crescente del sistema produttivo. Che sono poi quelli a cui sarebbe più logico far risalire in larga misura la spiegazione  della specifica lentezza italiana nell’aggancio alla ripresa generale. Anche prima che la recessione  innescata dalla crisi finanziaria  esplosa nel 2008 l’Italia sopravviveva con tassi di crescita minimali rispetto alle altre maggiori  economie, europee e non. Sono  parecchi anni, insomma, che il Pil domestico stenta a reggere il ritmo  altrui per cui serve a poco, anzi a nulla, cercare la ragione di tanta fragilità nei soli guai derivanti dalla  cattiva finanza pubblica. La realtà da guardare finalmente in faccia è quella che si riassume nella nozione di calante competitività  del “made in Italy” nel suo complesso: fatti salvi i settori e le aziende che, per fortuna, hanno saputo investire e innovare per stare al passo con la concorrenza altrui. Ma poiché la competitività va sottobraccio con la produttività occorre ancora segnalare un falso problema sul quale si è perso prezioso  tempo per anni: il costo del lavoro. Oggi della questione si parla  molto meno anche perché le classifiche europee dimostrano che non solo le retribuzioni italiane  sono fra le più basse ma che, perfino in termini di cuneo fiscale, il nostro Erario è meno esoso in tasse  e contributi di quanto lo siano quelli tedeschi e francesi, le altre due maggiori realtà manifatturiere  della zona euro. Purtroppo, però, per lungo tempo  si è andati avanti a ragionare nei termini per cui la produttività (e connessa competitività) si sarebbe  migliorata soltanto facendo muovere più rapidamente il braccio  dei lavoratori come nel celebre film di Charlie Chaplin. Cosicché l’indispensabile ruolo degli investimenti  diretti a innovare prodotti  e processi produttivi è rimasto patrimonio di una minoranza di imprenditori più coraggiosi e lungimiranti  mentre il grosso del sistema  si richiudeva su se stesso, si  concentrava in impieghi  finanziari, rifiutava  in sostanza le  peculiari responsabilità  economiche  legate all’esercizio  della propria attività. Non è un caso del  resto che in questa  ultima fase di torsione  della crisi stia raccogliendo   ampi  consensi nel mondo  delle piccole e medie  imprese – di davvero  grandi, del resto,  ne rimangono  assai poche – la predicazione  dei ciarlatani che propongono  la fuoriuscita dall’euro come terapia per tutti i mali del paese. Quel che allarma in proposito  non è la miseria politica di chi sostiene simili follie, ma il seguito che minaccia di raccogliere. Perché  questo indica che parte non piccola del sistema industriale italiano,  già moralmente ed economicamente  debilitato dalla droga delle svalutazioni competitive, non sa immaginare niente di meglio  che chiedere ulteriori dosi di narcotico. Magari, in conclusione, avesse ragione chi cerca solo nello scarso rigore della finanza pubblica le cause della devianza italiana. Purtroppo,  il problema di fondo è ben più complesso e chiama in causa la specifica arretratezza, culturale oltre che finanziaria, di ancora larga  parte della nostra classe imprenditoriale.

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