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La Rai va al Tar: “Il canone va aumentato”

Il vertice della Rai non ha digerito la decisione del governo di bloccare a 113 euro e mezzo l’importo del canone per il 2014. E i consiglieri di amministrazione — delusi e arrabbiati — suggeriscono ora al presidente Tarantola la più dura, clamorosa delle iniziative. Viale Mazzini vuole depositare un ricorso al Tar del Lazio contro il decreto del ministro Flavio Zanonato che ha congelato l’aumento dell’imposta della tv. Piccolo problema: il decreto — che il titolare dello Sviluppo Economico ha firmato il 20 dicembre 2013 — non compare ancora sulla Gazzetta Ufficiale.La Rai, dunque, deve prima aspettare che il testo arrivi in
Gazzetta per poter articolare la sua risposta, il suo ricorso.
In linea di principio, però, le ragioni della televisione di Stato sono chiare. L’aumento del canone avviene, ogni anno, come in automatico in base a quanto prevede la Legge Gasparri (articolo 18, comma 3). La Gasparri stabilisce che il servizio pubblico ha diritto a recuperare l’inflazione «programmata » e a ricevere il carburante necessario al suo «sviluppo tecnologico ». Per 7 anni, questo meccanismo ha garantito alla Rai un canone più alto. Stavolta, per il 2014, l’imposta sarebbe arrivata a 115 euro (uno e mezzo in più dell’anno prima). Invece, il 20 dicembre, Zanonato annuncia via Twitter il blocco della gabella e l’impegno a recuperare risorse semmai «dalla lotta agli evasori».
La decisione del governo ha un impatto immediato sui conti della televisione di Stato, che perde 21 milioni di euro. L’unica speranza — per Viale Mazzini, ovvio — è che il Tar accolga ora il ricorso e azzeri il decreto Zanonato, riaprendo i giochi.
Il ricorso della Rai ha un precedente. Siamo nel 2005, diversi i personaggi e gli interpreti. Il primo dicembre il ministro Mario Landolfi conferma il canone a 99,6 euro. Due mesi dopo, l’8 febbraio 2006, il consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini decide per il ricorso al Tar (prima che scadano i termini, il 27 del mese). Ma i giudici del Tribunale amministrativo non arrivano mai ad un verdetto sul ricorso. In sostanza, il servizio pubblico non spinge la “pratica” che dunque decade un anno dopo la sua presentazione, per il meccanismo della Nel 2006, la Rai fece una mossa simbolica, ma poi lasciò che la sua contestazione prendesse un binario morto. Ora il servizio pubblico sembra più motivato. Il 20 dicembre, al blocco del canone per il 2014, il direttore generale Gubitosi parla di «fuoco amico» del governo sulle reti di Stato. Espressione pa-recchio dura. E gli attuali consiglieri di amministrazione sono — quasi tutti — “incavolati” e pronti a vendere cara la pelle.
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