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La rabbia delle imprese “Sbagliato congelare” Jobs act, nuovo scontro

Slitta la delega fiscale e sul Jobs Act la maggioranza si divide: arrivano due nuovi ostacoli sulla strada verso le riforme. Ieri la Commissione Lavoro al Senato ha detto sì al decreto attuativo sul contratto a tutele crescenti, ma al parere è stato aggiunta un’integrazione che invita il governo ad escludere i licenziamenti collettivi dalla nuova disciplina. Parere, non vincolante, votato dal Pd, Sel e M5s, ma non da Ndc. Per Maurizio Sacconi (Ap, presidente della Commissione) la frattura «è grave perché implica un passo indietro su un testo già timido: mi auguro che il Consiglio dei ministri non recepisca la richiesta».

Dal lavoro al fisco. Al ministero dell’Economia spiegano lo slittamento di un paio di decreti attuativi della delega, deciso ieri a sorpresa, con la necessità di rivedere l’intero sistema tributario. E in questa cornice più ampia inserire anche le norme sull’abuso del diritto. Compresa quella della “manina”, entrata a sorpresa nel Consiglio dei ministri della vigilia di Natale, la Salva-Silvio, e poi sparita. In buona sostanza, è il ragionamento, serve più tempo per fare una riforma complessiva. Che tenga conto anche del caso Falciani, ad esempio. L’impossibilità cioè dell’Italia di recuperare i denari evasi, perché la fonte della denuncia è illegale (la lista è stata trafugata): un’altra regola da cambiare. Con un solo obiettivo, «fare cassa». La notizia però gela le attese di imprenditori e professionisti.
Al punto che il presidente dei commercialisti italiani Gerardo Longobardi non nasconde la delusione e si appella a Renzi: «Si faccia presto, ne abbiamo bisogno».
Il 20 febbraio erano attesi in Cdm nove decreti attuativi della delega, con i rimanenti due pronti a marzo. In un vertice ieri a Palazzo Chigi – presenti Renzi, il ministro Padoan, il viceministro Casero e Vieri Ceriani (membro della commissione Gallo, incaricata di approntare i testi) – ha deciso di portarne ora solo sette e allungare la lista di marzo a cinque, organizzando i provvedimenti «in due blocchi più omogenei» per temi, spiega Casero. Slittano così contenzioso, accertamento, riscossione degli enti locali, sanzioni amministrative e appunto abuso del diritto, ivi compresa la norma del 3% di evasione da frode fiscale depenalizzata. «Non possiamo fare a meno di questo decreto, attesissimo dalle imprese italiane e straniere per avere finalmente un po’ di certezza del diritto » insiste Longobardi. «Per fare un esempio, oggi l’omesso versamento di ritenute o Iva oltre 50 mila euro costituisce reato. Se un imprenditore in difficoltà decide di pagare i dipendenti anziché il fisco, va in galera. La versione di Natale del decreto alzava quella soglia a 150 mila euro. Ora è tutto da rifare. Fermo restando che l’evasione becera va perseguita con forza e che frodi, false fatture, operazioni inesistenti non devono avere sconti, neanche penali, non si può fermare un decreto così atteso solo per presunti vantaggi ad un’unica persona». A pensarla così sono in tanti, dai tributaristi ai contribuenti.
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