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La prova dal fisco

L’atto con cui l’Agenzia delle entrate in presenza di una ristretta base partecipativa notifica l’accertamento di maggiori utili agli eredi del socio defunto deve essere adeguatamente motivato. Sono le motivazioni che si leggono nella sentenza n. 7392/16 emessa dalla sezione quinta della Ctr Roma. La vertenza tratta di un accertamento emesso per l’anno 2009 e notificato agli eredi di un socio a cui era stato imputato un maggior reddito di una società di capitali a base ristretta; il socio deceduto era proprietario del novanta nove per cento delle quote della società accertata, e la pretesa, pari al 49,72% dei maggiori utili accertati superava 205 mila euro. La Ctp Rieti aveva accolto il ricorso presentato dagli eredi del de cuius, sulla base che nell’accertamento impugnato non erano stati indicati i motivi concernenti l’occultamento degli utili, limitandosi ad affermare nell’atto notificato, la sola percezione dei maggiori utili da parte del socio defunto. La Ctr ha confermato la decisione. «Il punto centrale della decisione», osserva il collegio, «attiene alla carenza motivazionale del provvedimento notificato agli eredi, a cui viene intimato il pagamento di una imposta collegata alla presunzione di maggiori utili da parte del socio deceduto; infatti, sia pure quantificando la somma presunta, non specifica in alcun modo la genesi di tale presunzione se non con affermazioni generiche». La Ctr, quindi, non ha condiviso la tesi dell’ufficio secondo cui la qualità di socio maggioritario comportava la conoscenza di tutte le vicende societarie, soprattutto in presenza di una società di capitali. In conclusione, i giudici regionali, hanno rilevato come le modalità di accertamento dell’ufficio si pongano in contrasto con l’art. 42 del dpr 600/73 avendo omesso ogni riferimento, anche per relationem, alle modalità di determinazione degli utili. Il collegio conclude ricordando l’importanza della motivazione che deve rendere edotto il contribuente dei presupposti di fatto e dell’iter logico giuridico alla base della pretesa, e condannando l’ufficio al pagamento di 2.500 euro per spese di lite.

Benito Fuoco e Nicola Fuoco

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