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La prossima guerra di Trump  

A quanto sembra Donald Trump, durante una delle sue notti insonni nella Casa Bianca, di recente, ha telefonato al suo consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Erano le tre, secondo le indiscrezioni. Il presidente telefonava per confessare che si sentiva «confuso riguardo al dollaro», e aveva una domanda: «Una moneta forte è positiva per l’economia americana? Oppure è meglio una moneta debole?».

L’indiscrezione viene da S. V. Date e da Christina Wilkie dello Huffington Post, edizione degli Stati Uniti, e nessuno l’ha mai smentita. Flynn avrebbe risposto al suo presidente ammettendo con onestà di non avere la risposta giusta ai suoi dubbi. «Forse dovrebbe chiedere a un economista», avrebbe detto al presidente. In ogni caso, a conferma di quanto profondamente avverta il suo dilemma, Trump stesso ha poi riferito l’aneddoto a un numero abbastanza ampio di interlocutori da permettere l’ennesima fuga di notizie in uscita dalla sua Casa Bianca.

Quel che il presidente non ha confessato, è che forse la domanda non aveva risposta perché era quella sbagliata: Trump prima di tutto avrebbe dovuto chiedere se lui e la sua amministrazione controllano realmente tutto il potere che credono di avere sul dollaro. Se poi non fosse così, se il presidente in realtà avesse davvero un’influenza limitata, allora Trump avrebbe dovuto cercare di informarsi su chi altri conti per la posizione del biglietto verde. Chi altri, naturalmente, oltre ai milioni di persone che ogni giorno vendono e comprano valuta statunitense ogni giorno in tutto il mondo.

ContropotereLa risposta di qualunque consigliere politico sarebbe stata di quelle che a Trump non fanno piacere: l’altra forza istituzionale dietro il dollaro è situata nel solo organismo di governo federale che il partito del presidente non controlla. Si tratta della Federal Reserve, naturalmente. Ma non solo perché la banca centrale americana è indipendente in base alla legge.

Dal punto di vista del presidente, c’è anche un’altra ragione che la rende poco controllabile: è l’ultima ridotta del sistema federale statunitense che il partito repubblicano non controlla neppure in modo indiretto, dato che gran parte dei componenti del suo organo di vertice sono tecnici indipendenti sì, ma democratici nominati da un’amministrazione democratica. Se la Casa Bianca e i due rami del Congresso sono saldamente nelle mani dei repubblicani e la Corte suprema è dominata da una maggioranza di giudici conservatori, per la Fed la situazione è diversa. Molti dei suoi dirigenti sono democratici selezionati da Barack Obama.

È così senz’altro per Janet Yellen, il cui mandato come presidente della Fed scade tuttavia fra solo un anno; è così anche per il vicepresidente Stanley Fischer, il cui mandato scade tuttavia fra meno di un anno e mezzo; ed è così per esempio per Daniel Tarullo, il responsabile della regolazione dei servizi finanziari nel consiglio dei governatori della Fed che a sorpresa si è dimesso venerdì scorso, sembra per evitare contrasti con Trump sulla supervisione bancaria.

AttacchiData la struttura di vertice della banca centrale americana, e vista la psicologia del presidente, è praticamente inevitabile che questi diffidi di quello. Del resto alcuni sintomi di una strisciante guerra politico-istituzionale attorno alla Fed sono già emersi.

Il 31 gennaio Patrick McHenry, vicepresidente (repubblicano) del comitato Servizi finanziari della Camera dei rappresentanti ha inviato a Yellen una lettera che, nello stile e nella sostanza, riflette lo spirito del tempo di Trump. McHenry si richiama esplicitamente al principio «America First» indicato dal presidente nel suo discorso inaugurale e passa ad attaccare la Fed. Definisce «inaccettabile» che la banca centrale «continui a negoziare standard regolatori internazionali fra burocrati globali in Paesi stranieri». Chiede alla Fed di sospendere ogni attività di questo tipo «finché il presidente Trump non abbia avuto la possibilità di nominare dirigenti ( della banca centrale, ndr ) che danno la priorità all’interesse americano».

Ufficialmente non si conosce una risposta di Yellen a questo attacco così virulento. Sembrerebbe però che la presidente abbia fatto circolare in questi ultimi giorni un memo interno allo staff della Fed. Il suo messaggio, come nello stile di questa economista ebrea di Brooklyn, era attento e conciliante: Yellen riconosce che la banca centrale si trova in una situazione complicata, ma esistono le condizioni perché possa continuare a svolgere il suo lavoro in piena indipendenza.

Così la presidente della Fed fa capire che i tassi d’interesse potrebbero salire due o tre volte nel 2017, se la situazione dell’economia davvero lo richiederà. Poco importa se ciò dovesse continuare a mettere una pressione al rialzo sul dollaro, che Trump non apprezza affatto. La banca centrale resta un organismo tecnico che non distribuisce né favori né dispetti alle amministrazioni di volta in volta al potere.

C’è però poi un ulteriore risvolto, richiamato nella lettera di McHenry: i vertici della Fed stanno per cambiare, soprattutto nell’organismo centrale di Washington se non anche nelle banche centrali dei singoli Stati federali rappresentati nel comitato di politica monetaria. Trump avrà già l’opportunità al più presto nel 2017 di fare tre nomine nei posti vacanti del Consiglio dei governatori, quindi di indicare il successore di Yellen già in estate e il successore di Stan Fischer fra circa un anno. La Fed sarà forse, secondo il presidente, l’ultima ridotta democratica di Washington. Ma chiaramente non per molto tempo ancora.

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