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La promessa di Marchionne «Mirafiori, riassorbiremo tutti»

MILANO — La garanzia, che fa il paio con la decisione (recente) di investire un miliardo di euro puntando sul lusso Maserati: «A Mirafiori riassorbiremo tutti». Poi i marchi: «Le Alfa Romeo non saranno mai prodotte fuori dall’Italia». E il messaggio destinato agli investitori internazionali, seppure al netto di una trattativa complessa, subordinata (anche) alle decisioni del giudice americano Donald Parsons, foro del Delaware: «Entro questa settimana Chrysler è pronta a presentare la richiesta di ammissione alla quotazione» a Wall Street. Documenti già pronti per essere esaminati dalla Sec, l’authority Usa di vigilanza sul mercato borsistico.
Sull’asse Torino-Detroit ecco le parole di Sergio Marchionne contenute in un’intervista rilasciata ieri al Financial Times . Il dato da cui partire si legge in filigrana nelle parole dell’amministratore delegato di Fiat-Chrysler, che teorizza il «necessario bisogno di Suv» alla base della decisione di riconvertire lo stabilimento di Mirafiori (5.500 dipendenti, ora destinatari di cassa integrazione a rotazione). Così la conseguenza è una «catena di assemblaggio completa per un nuovo modello che andrà a integrare la gamma Maserati» di fatto spostando la produzione verso il lusso (e l’alto di gamma) con la sinergia (e un’unica struttura societaria) con il polo di Grugliasco.
Dalle strategie di politica industriale (che presto o tardi interesseranno anche lo stabilimento di Cassino, ora l’unico dal futuro ancora incerto) al confronto sindacale il passo è breve. Oggi è previsto nella sede della Regione Piemonte l’esame congiunto tra Lingotto e confederali sulla richiesta di proroga della cig a Mirafiori. Per il quale la Fiom Cgil locale lamenta di essere ascoltata separatamente (verrebbe lesa — dicono — «l’unitarietà del confronto sindacale») per non aver firmato l’accordo aziendale invece votato da tutte le altre sigle.
L’attenzione dei vertici Fiat è su Auburn Hills, quartier generale della controllata Chrysler (con il 58,5% delle quote e un restante 9,96% per ora un diritto acquisito dopo le tre relative opzioni già esercitate dal Lingotto, ma legate alle valutazioni sul prezzo). A breve — l’ha preannunciato Marchionne — sarà tutto pronto per la richiesta di ipo (initial public offering, offerta pubblica di vendita) a Wall Street per la casa automobilistica. Ma è ovvio che la road map effettiva del processo di quotazione è subordinata alla trattativa con i rappresentanti del fondo del sindacato americano United Auto Workers (Uaw). Resta lo scontro sul valore della quota in capo a Veba: «Vogliono monetizzare, ma non si considerano detentori a lungo termine delle azioni. Per cui dobbiamo trovare una via d’uscita che non determini quello che io considero un valore eccezionalmente alto». Non certo «il biglietto della lotteria» da cinque miliardi di dollari (come ha replicato ai cronisti scherzosamente il manager italocanadese qualche giorno fa) che avrebbe chiesto Veba per uscire da Chrysler.
La sensazione resta comunque quella di un accordo extra-giudiziale che eviti sia un tribunale a stabilire il valore di riferimento anche per la quotazione. Il calendario delle udienze chiesto dalla Corte del Delaware a Veba e Fiat-Chrysler presenta esigenze (e tempistiche) completamente diverse, con l’ipotesi peggiore di uno slittamento della decisione del Tribunale Usa ai primi mesi del 2015 e la possibilità (comunque remota) che il fondo sanitario collochi da solo in Borsa il 24%.

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