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La promessa di Cameron “Resteremo in Europa se sarà aperta e competitiva”

LONDRA – UNA capacità d’intesa che forse deriva anche dall’età: non per nulla sono tra i leader più giovani della Ue, entrambi 46enni. Ma dovuta pure al pragmatismo che ha fatto di Cameron un conservatore innovativo in materia di matrimonio gay, economia verde e “Big Society”, la sua idea di una grande società solidaristica.
Signor primo ministro, come sono oggi le relazioni fra Gran Bretagna e Italia?
«Il rapporto del Regno Unito con l’Italia è uno dei più forti e profondi. Che si tratti della nostra partnership nell’Unione Europea, nella Nato, in commerci e investimenti o nei nostri molti legami culturali, non è solamente un rapporto tra due governi, ma anche tra due popoli. I nostri comuni interessi trascendono gli orientamenti dei partiti e le mutevoli tendenze della politica».
Quale è stata la sua impressione del premier italiano quando vi siete visti al recente summit del G8 e cosa si aspetta dal vostro incontro a Londra?
«Sono stato subito incoraggiato dalle mie conversazioni con il primo ministro Letta, che si è dimostrato un partner concreto e costruttivo e al G8 ha messo in luce una forte capacità di leadership su questioni come la Siria e la Libia. Ha inoltre un atteggiamento molto positivo verso la Gran Bretagna e il nostro posto in Europa. E condivide il mio punto di vista sull’importanza del consolidamento del budget come passo essenziale per la crescita. Il nostro rapporto è cominciato molto bene e nel colloquio che avremo a Downing Street voglio discutere di come lavorare insieme per rendere l’Europa più flessibile e competitiva nella corsa globale, come sostenere legami commerciali e investimenti più forti tra i nostri Paesi, e come far progredire le nostre priorità di pace, democrazia e stabilità in Egitto, Siria e Libia».
Le sembra che l’economia globale abbia cominciato a riprendersi, particolarmente in Europa?
«Ci sono stati importanti progressi nell’economia globale, anche grazie ad alcune delle misure prese nell’Eurozona. Ma l’Unione Europea si confronta ancora con un fondamentale problema economico: una crisi di competitività che minaccia le sue chance nella sfida globale».
È difficile, signor primo ministro, spiegare l’euroscetticismo britannico agli italiani. Molti di noi ricordano con gratitudine la Gran Bretagna come il Paese che resistette al nazismo, molti italiani sono fervidi anglofili e molti pensano che l’Europa non sarebbe Europa senza la Gran Bretagna. Cosa risponderebbe?
«C’è un gap tra l’Unione Europea e i suoi cittadini, cresciuto drammaticamente in anni recenti. Una carenza di responsabilità e consenso che viene sentita in modo particolarmente acuto in Gran Bretagna. Io non sono un isolazionista.
Ma se non affrontiamo questi problemi c’è il pericolo che l’Unione Europea fallisca e che la Gran Bretagna scivoli verso l’uscita. Non voglio che ciò accada. Voglio che l’Unione Europea abbia successo e voglio un rapporto tra Gran Bretagna e Unione Europea che mantenga la Gran Bretagna nella Ue. Perciò il mio approccio è di non indietreggiare davanti ai problemi fingendo che non esistano, bensì affrontarli a viso aperto. In gennaio ho presentato la mia visione di un’Unione Europea più aperta, competitiva e flessibile, e che pensi di più ai costi sulle imprese, particolarmente le piccole imprese. Mi sono anche espresso a favore di un’Unione Europea più equa e più democraticamente responsabile. Sono convinto che un’Unione del genere sarebbe migliore per tutti i suoi paesi ed è quello su cui spero che il primo ministro Letta ed io potremo lavorare insieme».
La crisi in Egitto crea un dilemma per le democrazie occidentali: che fare se i partiti islamisti vincono le elezioni, ma poi si dimostrano impopolari e incapaci di governare?
«Francamente, questa è la democrazia. Non è meglio che un’organizzazione politica sia messa alla prova, e poi magari risulti incapace, attraverso un equo processo, piuttosto che farla operare in clandestinità e permetterle di assumere lo status di vittima? Io credo che, nel lungo termine, la democrazia sia il miglior garante di stabilità nel mondo arabo. Ciò non significa solo elezioni, ma anche stato di diritto, protezione delle minoranze, libertà di stampa, lotta alla corruzione e un posto appropriato per i militari nella società. Due anni fa, il popolo egiziano ha messo fine a 50 anni di dittatura chiedendo vera democrazia e un’economia che crei lavoro non corruzione. I suoi leader, tutti i suoi leader, finora non hanno risposto a questa richiesta, ma l’aspirazione a un Egitto migliore non se ne andrà. Naturalmente la transizione alla democrazia è un’opera lunga e complessa, ma ciò non vuol dire che dovremmo rinunciare alla democrazia o concludere che in certe parti del mondo non funziona. Dobbiamo giudicare la gente, islamisti inclusi, da quello che fanno al governo, e se falliscono è importante che siano rimossi attraverso un processo democratico. Noi non appoggiamo interventi militari nei processi democratici. L’Egitto ha bisogno di una genuina transizione alla democrazia e tutti i partiti devono prendervi parte».
Il suo sostegno al matrimonio gay, all’economia verde e a una Grande Società ha cambiato la percezione di cosa sia un partito di centrodestra. Crede che le vecchie divisioni tra destra e sinistra stiano cambiando e quale è la sua visione di un moderno conservatore?
«C’è un terreno comune che non identifica destra o sinistra, ma quello che vuole la gente: un’economia in crescita, un welfare che promuova il lavoro, la difesa della spesa pubblica in aree come la sanità. Essere un moderno conservatore significa aiutare chi vuole lavorare duramente a realizzare le proprie aspirazioni. Ed è naturale per me appoggiare una politica verde: dobbiamo proteggere l’ambiente che lasceremo ai figli. Come dovrebbe essere naturale per il centrodestra promuovere una grande società: dopotutto noi vogliamo una società più forte, non uno Stato più forte».

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