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«La privatizzazione di Poste farà da apripista alle altre»

Francesco Caio, 58 anni, napoletano. Inizia in Stet, poi 5 anni in McKinsey a Londra dove si innamora, si sposa e oggi è padre di 2 figli. Con Letta è “gratuitamente” commissario dell’agenda digitale, alla fine, prima di accettare il ruolo di amministratore delegato di Poste, scrive un libro, “Lo stato del digitale”, e il sottotitolo è un urlo di speranza: “Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa”.
La privatizzazione di Poste va in questa direzione?
Sicuramente sì.
Perché?
Perché è stato un investimento in un’azienda che rappresenta l’Italia. È stato un investimento in Italia.
Il ministro Padoan, dalla privatizzazione, si aspettava 6-8 miliardi. Ne avrà tre e mezzo. Ma lei è contento lo stesso?
Noi siamo molto contenti perché quei numeri che ha dato lei si riferivano al valore totale dell’azienda, non alla quota venduta.
È soddisfatto del prezzo?
Sì, soddisfatto del prezzo.
Il “botto” però non c’è stato?
Perché abbiamo ascoltato il mercato e un prezzo di collocamento che ha confermato nel suo primo giorno di trattazione che era il prezzo giusto.
Dottor Caio, la sua privatizzazione di Poste farà da apripista alle altre?
Me lo auguro, penso che ci siano le condizioni.
A cosa possono servire, di più, i miliardi raccolti?
Intanto c’è una legge che dice che vanno utilizzati per l’abbattimento del debito.
Quindi riduzione del debito, non investimenti?
Tenga conto che è stato fatto un enorme investimento nella credibilità del Paese e oggi se ne vedono i risultati. Un’Italia che si presenta al mondo promettendo privatizzazioni, e facendole, su un’azienda grande come Poste, in tempi così veloci, è un’Italia che guadagna tantissimo in credibilità.
Lei dice abbattere il debito, non investimento?
Gli investimenti siamo in grado di farli senza utilizzare i soldi della privatizzazione.
A proposito del Cda, il suo è stato recentemente rinnovato. E’ più equilibrato adesso?
Siamo molto contenti delle professionalità che sono entrate di recente.
Cosa le piace di più di Renzi?
La propensione al cambiamento e il coraggio di averlo veramente avviato.
Lei è famoso per la sua capacità di analisi e decisione, ma anche per la rapidità con cui cambia mestieri. Sarà vero anche per le Poste?
Noi abbiamo un bel progetto venduto da realizzare, ed è un progetto che noi abbiamo sempre identificato come un progetto a cinque anni, adesso bisogna farlo.
Scorrendo la sua carriera cambia spesso azienda, questa volta rimarrà?
Sì, qui si resta.
La privatizzazione di Poste è un biglietto da visita a Bruxelles? E perchè?
Penso di sì e mi auguro che lo sia. È una privatizzazione fatta bene sui mercati internazionali, che ha rispettato tempi strettissimi, con un mercato azionario che ha confermato il prezzo di collocamento, nessuno strappo verso l’alto o verso il basso: una bellissima operazione.

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