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La privacy va tutelata anche in casa d’altri

Il reato di interferenza illecita nella vita privata di una persona sussiste anche se le immagini e le conversazioni vengono captate in luogo diverso dal domicilio della vittima, e anche se il furto di privacy è agevolato dal consenso di chi condivide la situazione contestata con il malcapitato.

La Corte di cassazione – quinta sezione penale, sentenza 9235/12 depositata ieri – traccia i confini allargati dei luoghi dentro cui una persona ha diritto di sentirsi al sicuro da sguardi e orecchie indiscreti: non solo il proprio domicilio, ma anche quello altrui e indipendentemente dalla volontà del padrone di casa di escludere (o di non escludere) gli spioni.

Il caso affrontato dai giudici di ultima istanza, del resto, era molto peculiare. Un investigatore privato era stato condannato in primo e secondo grado per aver ripreso e registrato gli incontri amorosi di una signora nella casa dell'amante; la particolarità dell'intreccio stava nella circostanza che il proprietario di casa, nonché amante, aveva consentito all'investigatore di piazzare le telecamere nell'appartamento, consapevole tra l'altro del possibile utilizzo dei file amorosi (consegna al marito per finalità processuali). Secondo i difensori del poliziotto privato, le due condanne erano viziate dal fatto di non aver considerato che il teatro degli incontri amorosi – nonché set dei filmini – non coincideva con il luogo di privata dimora della vittima (la moglie infedele), e che inoltre il padrone di casa aveva aperto le porte allo spione, facendo così venir meno il presupposto penale della «volontà tacita o espressa di escludere gli estranei», come prescritto dall'articolo 614 del Codice penale.

I giudici di piazza Cavour però hanno rigettato senza indugi il ricorso, condannando l'investigatore ficcanaso anche al pagamento delle spese processuali sostenute dalla signora spiata. Il riferimento dell'articolo 615-bis del Codice penale (interferenze illecite nella vita privata) all'articolo 614 (violazione di domicilio) nella parte in cui prevede «l'intrusione nella privata dimora contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero (…) clandestinamente o con inganno», scrive la Corte, «ha semplicemente la funzione di indicare i luoghi nei quali "l'interferenza" nella altrui vita deve considerarsi penalmente illecita, ma non anche quella di recepirne il regime giuridico». Perché in definitiva «chi frequenta un luogo di privata dimora, anche se si tratta della dimora altrui, fa affidamento, appunto, sul carattere di "privatezza" dello stesso e, dunque, agisce sul presupposto che la condotta che egli tiene in quel luogo sarà percepita solo da coloro che in esso siano stati lecitamente ammessi». Nel caso specifico, dunque, l'unico a legittimato a «percepire la condotta» era appunto solo l'amante doppiamente fedifrago.

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