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La privacy tradita da Bloomberg

In altri tempi, le rivelazioni scandalose sulla “ricerca di news” del gruppo Bloomberg avrebbero meritato un capitolo a parte nel celebre Scoop, il classico di Evelyn Waugh su leggerezze e trucchi del mestiere giornalistico.
Scoop esce nel 1938, quando il giornalismo era pervaso da un romanticismo che ispirava indulgenza. Lo scandalo Bloomberg, cioè la ricerca di notizie spiando le attività dei clienti, capita nell’era digitale, nell’epoca dell’informazione in tempo reale, di polemiche nostrane e globali con gli scandali giornalistico-etici, di nuovo di natura tecnologica, che hanno messo in ginocchio i giornali del gruppo Murdoch.
Non basteranno le scuse formali, contrite di Matthew Winkler, direttore di Bloomberg News, né l’email inviata venerdì da Dan Doctoroff (ex vicesindaco di Bloomberg!), l’amministratore delegato di un gruppo con 15mila dipendenti, 200 uffici nel mondo, con quasi 8 miliardi di dollari di fatturato stimati per il 2012 su un mercato globale dell’informazione finanziaria di 16 miliardi. «Anche se da tempo davamo ai nostri giornalisti un accesso limitato a certi dati dei clienti, prendiamo atto che si trattava di un errore. La fiducia dei clienti ha priorità e siamo determinati ad assicurare integrità e discrezione dell’uso dei dati in qualunque situazione», ha scritto l’ad, appena si è saputo che un articolo sulla pratica sleale di Bloomberg sarebbe stato pubblicato dal New York Post (galassia Murdoch, esposta anch’essa alle accuse: i giornalisti di Murdoch pagavano bustarelle a dipendenti pubblici pur di avere informazioni riservate e spiavano i telefoni di personaggi “interessanti”). Personaggi potentissimi come Rebecca Brooks sono finiti in prigione. Il gruppo ha poi separato le attività di entertainment da quelle dei giornali creando due società.
Poco importa che i giornalisti di Bloomberg “controllassero” informazioni “interne” o che la pratica fosse in atto da anni: il mondo della finanza è pervaso dall’ossessione, dalla richiesta sacrosanta della trasparenza. Le banche soffrono per regole che giudicano troppo pesanti e sono sotto l’occhio assillante dei media. E ora si scopre che il media finanziario per eccellenza, il controllore, applicava metodi di dubbia moralità. Bloomberg ha due grandi divisioni, quella giornalistica che produce notizie, commenti e informazione e quella dati, che produce la gran parte del reddito e che dà accesso a un’enorme bancadati, fatta di simulazioni, statistiche di mercato, storie di scambi e di transazioni. Già una ventina d’anni fa, quando Bloomberg cercava di farsi strada nell’informazione digitale i vertici, e dunque l’attuale sindaco Michael Bloomberg in persona, autorizzarono i giornalisti ad avere la password per accedere a certe ricerche effettuate dai clienti. Non tutte, come sottolinea Doctoroff, ma quanto bastava per consentire ai giornalisti di anticipare l’interesse su un settore e per mettersi potenzialmente in pista per la ricerca di notizie. Bloomberg afferma che la pratica allora era anche per capire gusti e necessità dei clienti e per poterli servire meglio. Possibile, ma non è questo il compito del giornalista e a Bloomberg dovrebbero saperlo.
Lo scandalo è venuto alla luce perché banchieri di Goldman Sachs, una delle banche più nel mirino dei regolatori si era lamentata con Bloomberg denunciando la settimana scorsa attività di “spionaggio” da parte dei giornalisti sui loro terminali. In pochi giorni abbiamo appreso che anche lo scoop di Bloomberg sulla “Balena Bianca” è stato ottenuto con il monitoraggio delle ricerche del trading desk di JP Morgan Chase a Londra. L’operazione, una speculazione di certi prodotti derivati (indici europei sul credito aziendali), costò oltre 6 miliardi di dollari di perdite alla banca, ha avviato inchieste parlamentari e ha messo in crisi la gestione di Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JP Morgan Chase.
Non sappiamo quanti altri scoop sono stati ottenuti così. I clienti “feriti” si stanno consultando con gli avvocati per capire se hanno possibilità di richieste di risarcimenti danni. Il Congresso sta cercando di capire e aprirà inchieste parlamentari. Di certo, la reputazione di Bloomberg è stata colpita al cuore: Scoop di Waugh era un romanzo leggero d’altri tempi. Gli scoop di Bloomberg fanno parte di un dibattito centrale per l’etica e la trasparenza dei mercati finanziari. Siamo al primo capitolo, ma il “libro” sarà lungo. Michael Bloomberg, moralista per definizione, ancora non ha parlato. Aspettiamoci nuovi colpi di scena, scandalosi e simbolo dell’inquietudine morale del nostro tempo.

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