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La privacy non può annullare la memoria collettiva della rete

Un giudice spagnolo e la Corte di giustizia Ue hanno dato un duro colpo alla tradizionale e fin qui vincente posizione dei motori di ricerca – Google nel caso -, che sostengono di non avere responsabilità in ordine ai dati che visualizzano, traendoli dai siti-sorgente e indicizzandoli in modo automatico, con una sentenza che potrà vincolare i giudici degli stati membri chiamati a decidere su questioni analoghe. Una vicenda di cui molto si è parlato, ma della quale sono state forse sottovalutate le conseguenze nella quotidiana gestione dei problemi connessi al rispetto della vita privata, da un lato, e della memoria collettiva, dal l’altro.
La Corte ha fissato alcuni principi, in parte inediti: il primo e più importante è l’attribuzione ai gestori dei motori di ricerca della qualifica di responsabile del trattamento dei dati personali, con il conseguente obbligo di cancellare i link contenuti nella relativa pagina web, a richiesta del titolare di quei dati. E ciò a prescindere dalla condotta dei singoli siti di informazione, ai quali i link rimandano e che possono decidere come gestire i dati personali in loro possesso senza il consenso del titolare, necessario invece per i motori di ricerca: la relativa pagina può essere mantenuta visibile ove conservi la sua funzione informativa, profilo questo che sottolinea differenze, spesso dimenticate o sottovalutate anche dai giudici “domestici”, che hanno negato loro tutela analoga a quella prevista per la stampa.
I motori di ricerca, infatti – ed è questa la vera ragione della decisione – esercitano un’ingerenza nella vita privata assai più rilevante di quella che deriva dalla pubblicazione della singola pagina web, poiché offrono una visione complessiva strutturata delle informazioni relative a una persona, un profilo dettagliato, impossibile da ottenere diversamente.
La prima prevedibile conseguenza è che un massiccio ricorso alle richieste di cancellazione e una altrettanto massiccia adesione dei motori di ricerca, anche solo per quieto vivere, potrebbero portare, assai rapidamente, alla definitiva sparizione delle informazioni negative. Per tacere delle conseguenze di natura anche economica a livello pubblicitario che la autonoma cancellazione dei link e la permanenza delle relative pagine web potrebbe causare ai gestori di queste ultime.
A ciò si aggiunge – e il principio non è inedito, per l’Italia – il riconoscimento del diritto al l’oblio, i cui contorni rimangono però assai sfumati: posta la evidente impossibilità per l’uomo pubblico di pretendere un azzeramento delle informazioni che lo riguardano, se pure risalenti nel tempo, rimane una vastissima platea di persone in relazione alle quali il principio può apparire meno solido e, quindi, patire di progressive eccezioni, nonostante il loro permanere in ruoli rilevanti.
E soprattutto difettano i criteri per determinare il lasso di tempo minimo decorso il quale può essere attivato il rimedio previsto. Per l’interessato bastano a volte pochi mesi per sostenere il venir meno dell’interesse pubblico per sue vicende non commendevoli, a volte ancora mentre sono in corso i processi. Assai più spesso il diritto all’oblio viene confuso con quello all’aggiornamento del dato: un’assoluzione che sia intervenuta alla fine di un lungo processo non consente di stendere un velo di silenzio sulla vicenda, ma impone di completare la notizia iniziale con la sintesi dell’esito fausto. E se quella sentenza viene impugnata, è davvero possibile – come pure alcuni hanno preteso vedendosi dare ragione – che la vicenda debba essere cancellata dalla memoria della rete?
Le centinaia di richieste di deindicizzazione di singole pagine web, accolte anche per sfinimento dai gestori di siti, stanno già creando veri e propri “buchi neri” al posto di vicende che mantengono intatto il loro interesse, tranne che per i loro protagonisti e che i motori di ricerca non visualizzano più. Se la particolare natura della vicenda sottoposta alla Corte Ue ha reso inevitabile la conclusione cui è pervenuta, i principi generali individuati rischiano di incentivare un contenzioso sconfinato fra chi intende mantenere viva la memoria e chi, spesso per ragioni inconfessabili, attende solo che una coltre di silenzio copra il suo passato, ancorché prossimo e non remoto.

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