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La privacy entra nelle sentenze

di Antonio Ciccia

Riviste giuridiche cartacee e online, database e siti internet degli uffici giudiziari richiamati al rispetto della privacy delle persone coinvolte nei processi. Niente nomi degli interessati nelle sentenze pubblicate, se così lo richiedono o se così dispone il giudice e comunque dei minori e delle parti coinvolte in giudizi di famiglia.

Le regole sono illustrate dalle «Linee guida in materia di trattamento di dati personali nella riproduzione di provvedimenti giurisdizionali per finalità di informazione giuridica», adottate con la deliberazione 2 dicembre 2010 del Garante delle privacy (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 2 del 4 gennaio 2011).

Dal provvedimento sono interessati uffici giudiziari, editori di riviste giuridiche specializzate e ogni altro soggetto, pubblico e privato, che svolge attività di riproduzione di sentenze e altri provvedimenti giurisdizionali, su supporti cartacei e informatici, o mediante reti di comunicazione elettronica, per finalità di informazione giuridica.

Attenzione, perchè viene regolamentata esclusivamente l'attività di informatica giuridica: e cioè l'attività di documentazione, studio e ricerca in campo giuridico, su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, compresi i sistemi informativi e i siti istituzionali dell'autorità giudiziaria.

Le linee guida non riguardano, invece, i trattamenti effettuati per ragioni di giustizia presso gli uffici giudiziari di ogni ordine e grado, il Consiglio superiore della magistratura, gli altri organi di autogoverno e il ministero della giustizia.

Sono, dunque, fuori dal campo di applicazione l'attività di redazione degli originali delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali e il loro contenuto e la loro pubblicazione mediante il deposito nelle cancellerie e segreterie giudiziarie.

Restano ferme anche le disposizioni processuali concernenti la visione e il rilascio di estratti e di copie di atti e documenti.

Sono esclusi, infine, dall'ambito di applicazione anche i trattamenti effettuati nell'esercizio dell'attività giornalistica.

Nell'ambito della informazione giuridica la privacy impone l'oscuramento dei nomi delle parti e di altri interessati in tre casi: a richiesta dell'interessato, d'ufficio e automaticamente in alcuni casi previsti direttamente dal codice della privacy.

In queste ipotesi non è ammessa la diffusione dei dati personali nelle sentenze pubblicate integralmente e anche nelle massime. Ma vediamo nel dettaglio come funziona la procedura per l'oscuramento dei nomi delle persone dai provvedimenti giudiziari.

L'anonimizzazione a richiesta

Ogni interessato può chiedere, con una istanza depositata presso la cancelleria o segreteria dell'ufficio giudiziario presso il quale si svolge il giudizio, che le sue generalità e ogni altro dato idoneo a identificarlo siano oscurati in caso di riproduzione del provvedimento.

Per «interessati» si intendono non solo le parti di un giudizio civile, o l'imputato in un processo penale, ma anche qualsiasi altro soggetto, quale, ad esempio, un testimone o un consulente, identificabile nel provvedimento attraverso l'indicazione delle generalità o di altri dati identificativi.

Le linee guida non indicano espressamente se anche gli avvocati possano chiedere di vedere occultato il proprio nome.

Ogni interessato farà la richiesta per se stesso e non per terzi.

Il deposito dell'istanza deve avvenire «prima che sia definito il relativo grado di giudizio», cioè a procedimento in corso. Un'istanza proposta dopo la definizione del giudizio (ad esempio, dopo l'emissione della sentenza) resterà priva di effetto.

Peraltro si ritiene che qui ci di trova di fronte a una lacuna legislativa: non si capisce, infatti, perchè l'esercizio di un diritto così importante come la riservatezza possa essere disposto a un termine di decadenza. In altre parole si è dell'opinione che possa essere consentito di chiedere l'oscuramento dopo l'emanazione della sentenza. Altrimenti si riscontrano profili di incostituzionalità delle disposizioni.

In ogni caso la richiesta deve contenere l'esplicita istanza che la cancelleria o la segreteria riportino, sull'originale della sentenza o del provvedimento, un'annotazione che specifichi che in caso di riproduzione del provvedimento non può essere riportata l'indicazione delle generalità e di altri dati identificativi del richiedente.

Inoltre la richiesta deve essere espressamente motivata. L'interessato deve specificare i «motivi legittimi» che giustificano la richiesta di oscuramento: le linee guida indicano ad esempio la delicatezza della vicenda oggetto del giudizio o la particolare natura dei dati contenuti nel provvedimento (ad esempio, dati sensibili).

L'anonimizzazione decisa d'ufficio

L'annotazione sull'originale della sentenza può essere disposta dal magistrato anche d'ufficio, cioè senza richiesta di parte.

Questo può avvenire nei casi in cui vengono in rilievo dati personali dotati di particolare significatività e in relazione alle conseguenze sui vari aspetti della vita sociale e di relazione dell'interessato (ad esempio, in ambito familiare o lavorativo).

È questo sicuramente il caso in cui nel provvedimento siano contenuti dati sensibili e, fra questi, dati idonei a rivelare lo stato di salute o la vita sessuale degli interessati.

Le linee guida precisano che la salvaguardia dei diritti degli interessati attraverso un oscuramento delle loro generalità non pregiudica la finalità di informazione giuridica, mentre realizza solo un corretto bilanciamento dei diversi interessi.

Spetta quindi all'autorità giudiziaria farsi carico, prima della definizione del procedimento, di valutare attentamente le esigenze di riservatezza delle persone coinvolte nei procedimenti giudiziari.

L'anonimizzazione automatica ex lege

Vi è un terzo tipo di oscuramento.

Il Codice della privacy pone un particolare divieto di diffusione dei dati dei minori e delle parti nei procedimenti giudiziari in materia di rapporti di famiglia e di stato delle persone.

La norma impone di omettere non solo le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti tutelati, ma anche gli «altri dati anche relativi a terzi dai quali può desumersi anche indirettamente l'identità» di tali soggetti.

Rientrano così nell'oggetto del divieto le informazioni che permettono di risalire agevolmente all'identificazione del minore o delle parti: ad esempio, i nominativi dei genitori del minore o la scuola da questo frequentata, o l'indirizzo dell'abitazione delle parti processuali.

Si tratta di un divieto assoluto, senza bisogno di decreto del giudice; neppure il consenso dei soggetti interessati può determinare l'inapplicabilità dell'obbligo in esame.

Le linee guida ritengono comunque opportuno che l'autorità giudiziaria provveda d'ufficio, all'annotazione sull'originale del provvedimento dell'obbligo di anonimizzazione: si eviteranno illecite divulgazioni dovute a dubbi sull'oggetto o sui contenuti dei provvedimenti, o anche a mera negligenza.

I soggetti tutelati sono i minori coinvolti in qualunque tipo di procedimento giudiziario e le parti, limitatamente ai procedimenti in materia di rapporti di famiglia e di stato civile delle persone: ad esempio controversie matrimoniali e sue vicende, filiazione, adozione, ordini di protezione contro gli abusi familiari, azioni di stato, richieste di rettificazione di sesso.

L'obbligo di omissione dei dati identificativi delle parti dei procedimenti in materia di famiglia e di status sussiste anche nei casi in cui la controversia attenga a rapporti di tipo patrimoniale o economico.

Va rilevato che la legge utilizza il termine «parti», non «interessati»: la disposizione riguarda solo le parti processuali dei procedimenti giurisdizionali in materia di famiglia o di status personale. Eventuali altri soggetti coinvolti in tali procedimenti e che si ritengano interessati a ottenere l'oscuramento delle loro generalità e di altri dati identificativi contenuti nei relativi provvedimenti (ad esempio, i testimoni), possono comunque ricorrere alla procedura di anonimizzazione a richiesta.

La tutela si aggiunge a quella prevista dall'art. 734-bis c.p., il quale punisce chiunque divulghi, nell'ambito di determinati delitti a sfondo sessuale, anche attraverso mezzi di comunicazione di massa, le generalità o l'immagine della persona offesa senza il suo consenso.

Lodi arbitrali

Il procedimento di oscuramento si applica anche in caso di deposito del lodo.

Si applicano, quindi, le regole poste riguardo alla presentazione della richiesta dall'interessato, alla decisione degli arbitri, anche d'ufficio , all'apposizione dell'annotazione , e al divieto di diffusione, oltre che, ovviamente, il divieto ex lege.

Poiché il lodo può essere redatto in uno o più originali, l'annotazione sull'oscuramento va ovviamente riportata su tutti gli originali.

Il Codice della privacy aggiunge che in modo analogo si provvede anche nell'arbitrato previsto dal Codice dei contratti pubblici.

L'esecuzione della anonimizzazione

Il giudice decide sulla richiesta di oscuramento con decreto, in tempi anche molto brevi: la norma prescrive che la decisione sia assunta senza ulteriori formalità.

Spetta poi alla cancelleria o alla segreteria giudiziaria dare esecuzione al decreto, apponendo sull'originale del provvedimento, all'atto del deposito da parte del magistrato, anche con un timbro, un'annotazione che riporti l'indicazione dell'art. 52 del Codice e la dizione: «In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi di_».

Peraltro non incombe sulle cancellerie e segreterie l'onere di cancellare materialmente i dati dell'interessato sulle copie dei provvedimenti rilasciate a chi ne abbia diritto e che riportino la menzionata annotazione.

Ciò, in primo luogo, in quanto il rilascio della copia costituisce attività di comunicazione, e non di diffusione dei dati.

Inoltre, come già rilevato, le disposizioni delle linee guida non incidono sugli adempimenti svolti dalle cancellerie e dalle segreterie giudiziarie che, in quanto connessi allo svolgimento dei processi, comportano trattamenti effettuati per ragioni di giustizia. Il rilascio di copie, attività direttamente disciplinata dalle norme dei codici di procedura, rientra in tale ambito, come pure, ad esempio, l'invio della sentenza all'ufficio deputato alla sua registrazione.

Spetta a chi riceve la copia provvedere all'omissione dei dati ove intenda riprodurla e diffonderla per finalità di informazione giuridica.

Osservare il decreto significa omettere l'indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi dell'interessato in caso di diffusione dei provvedimenti giurisdizionali con la annotazione di oscuramento.

La prescrizione è rivolta anche all'autorità giudiziaria, nella diffusione attraverso il sistema informativo e il sito istituzionale nella rete internet.

Questo vale anche per la diffusione delle massime giuridiche estratte dai provvedimenti.

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