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La priorità è razionalizzare la struttura produttiva (non solo con le fusioni)

Una nuova ondata di fusioni bancarie in Italia era attesa da tempo e anche auspicata a più riprese dalla Banca d’Italia, ma l’operazione lanciata ieri da Intesa Sanpaolo ha sorpreso tutti, soprattutto perché parte dall’alto, cioè dalla banca più grande del paese e coinvolge un’altra banca del Centro-Nord, Ubi, che finora era considerata come un possibile soggetto aggregatore, tanto che fin dal 2014 si sono rincorse voci di un suo coinvolgimento per la sistemazione definitiva del Monte dei Paschi.

L’operazione in qualche modo consolida la leadership nazionale di Intesa, già cresciuta con l’acquisizione (a condizioni molto favorevoli) delle due banche venete nel 2017. Ma va subito ricordato che l’operazione avviene in una stagione particolare del nostro sistema bancario: sta uscendo dalla crisi più grave del dopoguerra, caratterizzata dal drammatico aumento dei crediti deteriorati, ma non ha ancora raggiunto un assetto stabile, perché come ha ricordato il Governatore Visco al Forex, il rendimento del capitale proprio del sistema, salito al 6,6 per cento, è ancora inferiore al suo costo. Quest’ultimo è però superiore a quello degli altri paesi europei perché più alta è la componente di rischio-paese. Il che significa che se oggi le banche italiane nel loro complesso non creano ricchezza per gli azionisti, lo devono in parte alle politiche economiche degli ultimi decenni non favorevoli alla crescita e che oggi ci costringono a spread superiori a quelli del Portogallo.

Ai problemi dell’uscita dalla crisi si aggiungono quelli strutturali, perché la redditività di base – sempre a livello di sistema – sta subendo un trend di riduzione continuo: il margine di intermediazione (in percentuale del totale attivo) è circa la metà del livello di inizio secolo. E ovviamente con una prospettiva di tassi di interesse destinati a rimanere sui livelli prossimi allo zero per molto tempo ancora, non è possibile ipotizzare un’inversione di tendenza. Dunque occorre intervenire con tutte le armi straordinarie necessarie a un settore che affronta uno scenario di mutamento strutturale: riduzione della capacità produttiva e razionalizzazione dei processi di produzione.

Il problema strutturale è accentuato in Italia, come nel resto d’Europa, dal fatto che l’avvento della moneta unica ha favorito una crescita eccezionale degli attivi bancari, accompagnato da un aumento dei profitti che era stato considerato permanente mentre era solo ciclico. La conseguenza è stata che la prima ondata di concentrazioni iniziata nel 1990 (da allora il numero di banche in Italia si è dimezzato) non ha portato i benefici attesi in termini di razionalizzazione. Al contrario, il totale attivo delle banche (cioè il denominatore del rapporto di redditività) è cresciuto a ritmi di gran lunga superiori al pil nominale (è oggi circa 4 volte il livello del 1990); il numero di sportelli è addirittura aumentato fino al 2007, in controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi; solo il numero di dipendenti è diminuito (e di quasi il 20 per cento), ma dall’inizio della crisi, mentre fino ad allora era rimasto pressoché stabile.

In altre parole, come ha dimostrato un importante paper dell’European Systemic Risk Board di qualche anno fa, l’Italia – come il resto d’Europa – è overbanked, cioè ha un sistema bancario cresciuto troppo, nelle sue dimensioni e nella sua struttura produttiva, rispetto all’economia reale e deve essere sottoposto ad una severa “cura dimagrante”. Il paper non mancava di mettere in evidenza che la crescita dell’attivo delle banche degli ultimi decenni è stata intercettata dai primi venti gruppi, con un aumento non trascurabile dei gradi di concentrazione soprattutto nei mercati locali in cui operano le piccole e medie imprese.

Questo è lo sfondo fattuale su cui si colloca l’operazione lanciata ieri. Naturalmente non tutto quello che vale a livello di sistema si adatta a situazioni singole, ma è evidente che un’acquisizione così ambiziosa è destinata a lasciare un segno profondo sul futuro del sistema. Le fusioni 2.0 che oggi iniziano sono infatti destinate ad avere come obiettivo la ricerca di redditività non attraverso la crescita, come spesso accade e come è accaduto alle banche italiane nel passato, ma attraverso una drastica razionalizzazione.

Nel caso in questione, trattandosi di banche che si consideravano praticamente fuori dal guado (si veda il piano industriale di UBI annunciato proprio lunedì) gli obiettivi annunciati sembrano ragionevoli, ma per tante altre banche potrebbe non essere così. La stessa Bce ha dimostrato in un recente paper che le fusioni non devono essere considerate come una panacea per tutti i mali e l’esperienza non solo bancaria ha dimostrato che i risultati sono spesso di gran lunga inferiori alle attese. La percentuale di fusioni con esito negativo è sinistramente uguale a quella dei matrimoni che finiscono in divorzio.

In altre parole, la razionalizzazione produttiva del nostro sistema bancario è assolutamente necessaria e le fusioni potranno essere uno strumento importante, ma non l’unico. Anche perché con un tessuto produttivo come quello italiano caratterizzato da una rete di piccola e media impresa più ampia degli altri paesi europei, il ruolo delle banche del territorio mantiene tutta la sua validità, anzi necessità. La priorità è razionalizzare la struttura produttiva del settore e le fusioni sono una delle vie praticabili.

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