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La primavera giapponese

Nel cuore dell’Asia. Sorprendentemente vicina all’epicentro della crisi di fiducia che si è abbattuta sui mercati azionari dalla metà dello scorso anno – la Cina – c’è Tokyo: la piazza che ha saputo resistere meglio di tutte ai venti ribassisti. Sola, tra le maggiori borse mondiali, a mantenere un (timido) segno più sui rendimenti a 12 mesi, al netto delle pesanti perdite subite da inizio anno.
Flussi
I flussi hanno giocato a favore. Secondo Epfr, nel corso del 2015 i fondi specializzati sul Giappone hanno raccolto 58 miliardi di dollari a livello globale, pari a un terzo delle somme fuoriuscite dall’azionario Usa nello stesso periodo. Altri 7,8 miliardi sono arrivati a gennaio. Ma in questo orribile inizio d’anno, non è bastato ad evitare le perdite. Intanto, giovedì scorso, l’autorità monetaria giapponese, con una mossa a sorpresa, ha tagliato i tassi d’interesse sui depositi in eccesso parcheggiati dalle banche presso l’istituto centrale, portandoli in negativo, a -0,10%. Nel mirino del governatore Kuroda, ancora una volta, c’è lo yen. La cui debolezza spiega una buona fetta del favore accordato dagli investitori internazionali al listino giapponese negli ultimi due o tre anni.
Divisa
«È difficile però immaginare che la divisa possa deprezzarsi ulteriormente, in modo significativo — osserva Marco Piersimoni, senior portfolio manager di Pictet am —. Anzi, in fase di forte stress sui mercati, lo yen tende ad apprezzarsi, perché considerato bene rifugio». Qualcuno interpreta l’intervento della banca centrale come un messaggio in codice alle imprese giapponesi. Dalla fine degli anni Novanta, per almeno due decenni, queste hanno sofferto un logorante processo di rafforzamento della divisa. Non si aspettano di poter contare a lungo su una valuta competitiva. Così, quando a inizio dicembre, dopo la discesa, lo yen è tornato a recuperare un po’ di terreno, Kuroda si è messo di traverso. «Crediamo che la Boj abbia voluto segnalare l’intenzione di mantenere la divisa debole — spiega David Townshend, responsabile della gestione nel team Fundamental Equity Emea per Goldman Sachs am —. Questo dovrebbe rassicurare i manager, favorire un aumento delle spese destinate agli investimenti produttivi e un incremento dei salari, a supporto dei consumi interni».
Riforme
Va ricordato che, per molto tempo, le imprese del Sol Levante sono rimaste immobili o quasi. Oggi detengono 247 mila miliardi di yen in liquidità: circa la metà del Pil giapponese. Qualcosa però sta cambiando nell’atteggiamento del mondo produttivo. E molto, secondo gli esperti, si deve alle riforme promosse dal premier Shinzo Abe. Iniziative come lo Stewarsdship code , contenente le linee guida per gli investitori istituzionali responsabili, il Codice di corporate governance entrato in vigore lo scorso giugno e l’indice Jpx Nikkei 400 lanciato a gennaio del 2014, focalizzato sulle società con un redditività elevata, vanno nella stessa direzione. «Molte aziende leader cominciano a usare il cash in modo più profittevole, a favore degli azionisti — osserva Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian opportunity —. Lo fanno per aumentare i dividendi, effettuare operazioni di share buyback (riacquisto di azioni proprie ndr) o finanziare attività di M&A. Questo fattore continuerà ad essere una leva di sviluppo interessante per il mercato azionario giapponese».
Gli analisti di Goldman Sachs am stimano che, a livello aggregato, i dividendi possano salire dai 9,9 trilioni di yen del 2014 a 12,2 trilioni nel 2015 (l’anno fiscale termina a marzo). Il valore delle operazioni di share buyback a sua volta dovrebbe lievitare da 4,1 a 5,5 trilioni di yen. «Per la prima volta in 10 anni, il ritorno sul capitale delle impresa giapponesi è vicino alla doppia cifra. Non solo — ricordano i gestori della casa americana —. Le stime di consensus prevedono una crescita degli utili nell’ordine del 17% quest’anno, superiore all’Europa. Siamo convinti che le valutazioni azionarie possano presto inseguire le buone notizie».
Settori
Immobiliare, tecnologia e cosmetica sono tra i temi favoriti dal gestore di Lemanik. Insieme al turismo. Nei primi 11 mesi del 2015, il Giappone ha accolto 18 milioni di visitatori, quasi il 50% in più dell’anno precedente. Molti sono cinesi. Ciò che preoccupa, semmai, è la fragilità della ripresa a livello globale. «Vediamo un pericolo crescente di sotto-performance per i titoli giapponesi legati ai consumi di base — avverte Daisuke Takato, analista di Credit Suisse —. La domanda dei Paesi sviluppati tiene ma abbiamo ridotto le aspettative sulle economie emergenti».
Nel complesso, le azioni giapponesi non sono care. Le valutazioni scontano uno scenario deflattivo. «Appaiono interessanti se si crede, come nel nostro caso, che gli sforzi per risollevare la dinamica dei prezzi avranno successo – spiega Zimmermann -. Basti pensare che il rapporto tra prezzi e valore di libro è ai minimi dagli anni 90, se si esclude il 2008». Affinché le potenzialità di recupero si realizzino, però, urge un consolidamento dei dati macro. Specialmente negli Stati Uniti. «Se l’economia americana non si stabilizza — conclude Zimmermann — rimane troppa incertezza sulla ripresa globale».
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