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La prima parcella non vincola

Con due sentenze la Corte di cassazione fa chiarezza sugli onorari degli avvocati: sia quando l’impegno riguarda il crac di un’azienda sia quando si è trattato di risolvere una piccola lite ereditaria.
Nel caso di prestazioni giudiziali per un’opposizione alla risoluzione del concordato preventivo con conseguente dichiarazione di fallimento (sentenza 1346) la Cassazione esclude che l’onorario possa essere tarato sul valore della causa. Quest’ultimo, infatti, non va desunto dall’entità del passivo. Il criterio del valore in base al credito, scatta, infatti, come previsto dall’articolo 17 del codice di procedura civile, solo per i giudizi di opposizione all’esecuzione forzata e non può essere esteso, in via analogica, al concordato preventivo.
È invece indeterminabile quando in gioco è la richiesta di revoca del fallimento e l’oggetto del giudizio, che riguarda l’accertamento dell’insolvenza, «si fonda sulla comparazione tra i debiti dell’imprenditore e i mezzi finanziari a sua disposizione senza investire la delimitazione quantitiva del dissesto, riservata al subprocedimento di verificazione».
Con la sentenza 1284 la Corte consente invece al legale di presentare una seconda parcella più “salata”, se la prima è sbagliata e comunque non è stata accettata dal cliente.
I giudici della seconda sezione respingono il ricorso di una signora che si era rivolta all’avvocato per una lite ereditaria contestandogli poi il diritto al “ripensamento” sull’onorario.
Il legale si era giustificato per la correzione di rotta, affermando di essere incorso in un’errore di calcolo che lo aveva portato a chiedere un pagamento al di sotto dei parametri tabellari. Il difensore, nel quantificare la sua liquidazione aveva applicato lo scaglione della tariffa professionale corrispondente al valore della quota della cliente e non dell’asse ereditario.
“Svista” che la Suprema corte considera effettivamente esistente, dal momento che il legale si era dato da fare per individuare la massa ereditaria.
Ma anche se così non fosse stato il professionista avrebbe comunque avuto il diritto di fare una marcia indietro perché la sua assistita non aveva accettato neppure la prima nota, che aveva quindi perso il carattere vincolante.
Il mancato consenso del cliente sulla prima parcella – avverte la Corte – offre al legale l’opportunità di fare carta straccia del precedente “saldo” e di formulare una seconda richiesta anche se di importo più elevato.
Una precisazione, utile ora che, con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento forense, l’accordo scritto è obbligatorio solo se c’è la richiesta del cliente e i patti chiari sono più che mai importanti.

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