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La prima mossa di Atlante, sostegno alla Popolare Vicenza

Il consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Vicenza fino a tarda ora non ha trovato un accordo sul prezzo a cui offrire le nuove azioni della banca nell’operazione di aumento di capitale da 1,763 miliardi di euro che condurrà l’istituto veneto alla quotazione in Borsa il 3 maggio.

Il consiglio si è riunito ieri alle 20 con l’intenzione di dare il via all’operazione di avvicinamento alla Borsa. Ma i dettagli sul prezzo hanno acceso un vivace confronto. Di sicuro si sa che l’operazione diluirà pesantemente gli attuali soci.

Il prezzo delle nuove azioni della Popolare di Vicenza appare lontanissimo sia dai 6,3 euro fissati dalla banca come controvalore del diritto di recesso al momento della recente trasformazione in spa, sia dai 62,50 euro a cui la Vicenza mise in vendita le proprie azioni in occasione dell’ultimo (contestato) aumento di capitale dell’agosto 2014. Un’amara disillusione per i quasi 120 mila soci della banca, ma unica possibile via d’uscita visti i tempi strettissimi.

L’operazione, che oggi dovrebbe ottenere il via libera della Consob, sarà presentata domani a Milano.

Nel frattempo Unicredit — che si era fatto garante del collocamento fino a 1,5 miliardi — ha coinvolto il fondo Atlante, gestito da Quaestio sgr, in un accordo di sub underwriting , cedendo di fatto al fondo salva-banche l’onere di sottoscrivere la porzione di aumento di capitale che non sarà prenotata dal mercato.

Dopo l’aumento della Vicenza toccherà a Veneto Banca (con garanzia Imi-Intesa Sanpaolo) raccogliere tra maggio e giugno un miliardo di euro per chiudere i conti con il passato e arrivare a quotarsi in Borsa prima dell’estate.

Con genesi diversa, ma di uguale importo (un miliardo), l’operazione che attende il Banco Popolare prima di dare il via alla fusione con la Banca Popolare di Milano. Sul fronte dei risparmiatori, entro la settimana il Consiglio dei ministri dovrebbe pronunciarsi sui rimborsi ai sottoscrittori delle obbligazioni subordinate emesse dalle quattro banche salvate lo scorso novembre (Popolare dell’Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti). Sono circa 10.500 le posizioni aperte, per un ammontare totale di 339 milioni di euro. Proprio sulla base di questa stima, il governo ha allargato la capienza del fondo che sta istituendo dagli iniziali 100 milioni ai 300 milioni di euro, in modo da poter dare ristoro ai risparmiatori. Soprattutto alle fasce più deboli: è infatti allo studio la possibilità di un rimborso quasi «automatico» per quanti dispongono di un reddito annuale lordo fino a 21 mila euro e hanno investito cifre «limitate». Per chi non rispetta entrambi i prerequisiti si profila invece l’intervento di un arbitro conciliatore e si andrà a decidere caso per caso, fissando un tetto a centomila euro. Oltre, è previsto un iter più complesso.

Sull’altro spinoso fronte delle sofferenze bancarie, si è espresso in audizione alla Camera il vice direttore generale di Bankitalia Luigi Federico Signorini: «La questione dell’incidenza delle sofferenze è estremamente importante per la visione dei mercati finanziari sullo stato di salute dell’Italia». Ma, dice Signorini, a questo problema è stata data «più importanza di quella che ha», anche perché i crediti «sono assistiti da garanzie superiori a quelle di altri paesi».

Stefano Righi

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