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La prima della Fed sulla fine della moneta facile

di Giuseppe Sarcina

 NEW YORK— Non sono bastati 600 miliardi di dollari per rimettere in moto gli investimenti e, quindi, l'intera economia. La Fed (Federal reserve, la banca centrale americana), ha cominciato a comprare i titoli di Stato emessi dal Tesoro nell'autunno scorso, con una serie di operazioni di mercato aperto (una classica manovra di politica monetaria). L'obiettivo era stato annunciato dallo stesso presidente Ben Bernanke: mantenere al più basso livello possibile i tassi di interesse sui bond pubblici, in modo da dirottare gli investitori verso le imprese. Un'equazione semplice, dunque: più risorse alle aziende private, più posti di lavoro. Ma a conti fatti la «spinta» non ha funzionato come previsto. Oggi e domani Bernanke ne discuterà nel consiglio della Banca e mercoledì pomeriggio spiegherà le decisioni assunte in una conferenza stampa a Washington: la prima mai tenuta dal presidente della Fed. Un segnale importante che allinea l'istituto americano agli standard di trasparenza applicati in Europa, visto che il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, riferisce regolarmente agli inviati dei mass media. Bernanke, dunque, parlerà apertamente alla Nazione. Ma che cosa dirà? O meglio, che cosa potrà dire? In questo momento nel portafoglio della Fed sono custoditi titoli pubblici di vario tipo per un controvalore di circa 2.300 miliardi di dollari. Risultato di due ondate di operazioni di mercato aperto: la prima cominciata nel novembre 2008 e terminata nel marzo 2010 (acquisti per mille e settecento miliardi di dollari); la seconda, (600 miliardi) partita a fine agosto 2010 dovrebbe concludersi il prossimo giugno. Questo almeno dovrebbe essere, secondo le previsioni, l'annuncio principale di Bernanke. Per dirla con un'immagine la Fed si è mossa come un'automobilista in panne. Ha riempito il serbatoio pensando che fosse la benzina, poi è sceso a spingere, ma l'auto ha fatto solo qualche piccolo balzo. In realtà coloro che dovevano muoversi, cioè gli investitori, lo hanno fatto. Ma non nella direzione desiderata dai banchieri centrali. Certo, da agosto a oggi l'indice S&P della Borsa (le 500 aziende più grandi) è aumentato del 28%e quello delle piccole imprese (Russell 2000 Index) è cresciuto del 41%. L'afflusso di nuovi capitali, combinato con i primi segnali di ripresa, si è tradotto però solo in parziale assorbimento di forza lavoro: il tasso di disoccupazione è sceso dal 9,5%all'8,8%. In realtà il grosso delle risorse si è rivolto ai tradizionali beni rifugio. La quotazione dell'oro è aumentata del 22%, quella dell'argento fino al 143%, toccando valori record. In parallelo vanno messi in conto gli effetti collaterali. Quanto è costato quel -0,7%di disoccupati? Il rischio più pericoloso è il ritorno dell'inflazione, con una soglia pari al 2,5%, molto vicina ai margini di sicurezza. L'emissione di carta moneta, di fatto, ha messo il carico sull'aumento dei prezzi innescato da gas e carburanti. Il Paese, però, si sente in ritardo e coltiva un ansiogeno bisogno di risposte. Specie quando tv, internet e giornali diffondono previsioni come quella pubblicata ieri dal Fondo monetario internazionale: entro il 2016 la leadership mondiale dell'economia passerà dagli Stati Uniti alla Cina.

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